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Si legge poco in Italia. E soprattutto si legge male. Le classifiche di vendita dei libri, nelle loro diverse metamorfosi, sono infatti estremamente ingannevoli. Non conta quanti, ma quali libri vengono venduti. E soprattutto letti.

Giuseppe Prezzolini, in anni ormai lontani, diceva che, ormai, tutti hanno imparato a leggere, ma che nessuno (o quasi) sa più legggere.

Il vuoto più grave riguarda la poesia. Ha sempre avuto pochi lettori: la cultura della borghesia – il cosiddetto ceto medio colto – si è sin dall’inizio rispecchiata nel romanzo. Che, nella sua forma moderna, è appunto il prodotto delle rivoluzioni borghesi.

La poesia è altro. Appartiene ad un’altra dimensione, aristocratica per sua natura. Per molti versi atemporale. Il modo in cui oggi la si insegna, quando ancora la si insegna, nelle nostre scuole, non aiuta, anzi è deleterio. Analisi formali, strutturali, decostruzioniste.. Si mette il cadavere sul tavolo dell’obitorio e lo si seziona, spesso con incompetenza. E quale giovane potrebbe mai innamorarsi di un corpo squarciato e decomposto ? L’ovvia reazione è la ripulsa. Anzi, la ripugnanza.

Eppure la poesia è fondamentale. Rappresenta le nostre radici, essendo nata, non solo ben prima della prosa, ma molto prima della scrittura. Omero è stato trasmesso per secoli oralmente. Solo dopo moltissimo tempo, qualcuno ha cominciato a vergare sulla carta “Cantami o Musa l’ira di Achille figlio di Peleo…“.

Aedi e rapsodi greci, bardi germanici, filid gaelici, skaldi norreni componevano oralmente. E sempre a voce, col canto, trasmettevano le loro opere. Opere come l’Iliade e l’Odissea, l’Edda, il Kalevala vanno ascoltate. Le loro parole sono musica e ritmo prima ancora che concetti.

La poesia andrebbe letta pronunciando le parole, anche solo sussurrandole. Per non perderne la musicalità, che è la sua prima essenza. D’altra parte leggere con la mente è fatto relativamente recente. Agostino, ancora ben lontano dalla santità, restò stupefatto vedendo Sant’Ambrogio leggere solo con gli occhi.

Leggere ad alta voce e ancor più leggere poesia insieme è cosa importante. Diviene condivisione di emozioni e sensazioni. Può portare ad una profonda comunione interiore.

Quella che chiamiamo Civiltà Cortese, e che è una delle nostre radici, nacque appunto così. Dei circoli di dame e cavalieri, dove il Trovatore intonava i suoi canti d’amore.

Leggere poesie insieme ad una donna, instaura un rapporto intimo particolarissimo. Qualcosa che va molto al di là del letto e del sesso. Versi come quelli del Neruda di “Ti manderò un bacio con il vento” rivelano una sensualità profonda. Ed evocano passioni difficili da contenere. Perché il cileno, che come poeta politico ed impegnato sento lontanissimo, fu lirico autentico, uno dei più grandi dei nostri tempi.

Nel leggere poesie ad una donna, la voce può assumere toni e sfumature tali da toccare la sua anima. Da evocare una simbiosi che va ben oltre quella, sempre momentanea, dei corpi. Lo sapevano ancora i romantici. Holderlin scrive per leggere le sue composizioni a Diotima. E ancora Rilke compone le Elegie Duinesi per leggerle alla donna amata che lo respingeva, pur essendone affascinata. E si sa che D’annunzio scrisse buona parte delle, sensuali e appassionate, liriche dell’Isotteo Chimera per leggerle a Barbara, come aveva rinominato la bellissima Elvira Leoni, forse la più grande passione della sua vita.

Ma oggi gli uomini non leggono più poesie. E le donne non sono più abituate ad ascoltarle. Viviamo nell’epoca della prosa. E di una cattiva prosa, purtroppo.


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