fbpx


Ahi lassa! un duro fato

Giove n’impose e tal ch’anco ai futuri

darem materia di canzon famosa

con queste parole, nel sesto libro dell’Iliade, Elena si rivolge ad Ettore, invitandolo a «ricreare» il cuore stanco «dal rio travaglio» della guerra.

Ebbene, la durezza, anzi la «ferocia», della vita, che talora, nella sua fatalità, non sembra lasciare alcuna possibilità di scelta agli uomini, è appunto il tema di fondo dell’ultimo romanzo di Raffaella Romagnolo, non a caso intitolato Destino. E non a caso dal piglio e dal tono epico, sul modello del tolstoiano Guerra e pace.

Un romanzo storico che abbraccia all’incirca cinquanta anni di storia e si sviluppa su distinte coordinate temporali che di continuo s’intersecano e solo nelle pagine conclusive o, meglio, nella stretta finale, quando i personaggi sopravvissuti alla «tempesta» della storia si ritroveranno, domenica 10 marzo 1946, a condividere «la festa» pacificatrice, giungeranno, dulcis in fundo, a collimare.

Il racconto si articola dunque su due piani temporali: uno all’insegna del nostos, l’altro secondo una progressiva linearità evenemenziale che su di esso si innesta, sotto forma dapprima di flash-back memoriale, quindi di autonoma narrazione. Il procedimento è contrappuntistico. Col narratore onnisciente che, ad un certo punto, strappa il testimone al personaggio sul quale all’avvio si era focalizzato, per seguire le vicende di cui quello era rimasto all’oscuro.

Un’operazione, questa, che coincide con la «fuga» del personaggio, Giulia Masca, dal natìo Borgo di Dentro e la conseguente biforcazione spaziale della storia narrata. Da questo punto in poi assistiamo a una polarizzazione degli eventi: mentre nel Borgo di Dentro la vita prosegue faticosamente, tra stenti e privazioni che trovano più sollievo nella solidarietà familiare che nella lotta di classe, altrove, a New York, gli emigrati perseguono con successo un riscatto economico e sociale, incrinato, però, da una lancinante nostalgia e dall’«ingombro» di un tormentoso passato.

Ora, da un lato la narrazione, affidata a un narratore onnisciente che spesso e volentieri ricorre alla focalizzazione variabile, asseconda lo svolgimento cronologico delle vicende, passando dalla tragedia della Grande Guerra all’irruzione drammatica del fascismo, fino a giungere al secondo conflitto mondiale e alla lotta di liberazione; dall’altro vi inserisce e recupera, a intermittenza, i trascorsi americani di Giulia e dei suoi familiari attraverso un’assidua retrospezione.

Ne consegue una costante segmentazione del racconto, attraverso un montaggio di tipo cinematografico, in cui la linea progressiva e quella regressiva si alternano sapientemente: la prima coprendo diacronicamente dieci lustri di storia, la seconda dilatata ad arte – a partire da un arco di tempo assai più ridotto – dalle escursioni della memoria inquieta.

Molti sono i personaggi che coi loro diversi «destini» sono coinvolti (e non di rado travolti) nelle vicende del cinquantennio preso in esame: un cinquantennio che affonda peraltro le sue radici nel passato risorgimentale, di cui si conserva memoria nei nomi (da Giuseppe Garibaldi a Nino Bixio). Un fil rouge che sembra collegare il glorioso passato del riscatto nazionale al nuovo riscatto segnato dalla Liberazione. Quasi un Leit-motiv.

Nondimeno, la narrazione si concentra, in modo esemplare, su un ristretto numero di famiglie: quelle proletarie dei Leone, dei Ferro, dei Masca, quelle benestanti dei Salvi e dei Risso e quella aristocratica del marchese Franzoni.

Parallelamente, a New York, troviamo le famiglie Manfredi e Mancuso (emigrati italiani) e quelle dei Perelman (ebrei) e dei Dubois (di origini francesi). A questi gruppi familiari si affiancano poi alcuni “battitori liberi”: dal dottor Aristide Costa al tipografo Amleto, dall’enologo “partigiano” Gabriele Musso al prattiano Phil Donovan.

Un campionario, come si vede, assortito, cui si aggiunge tutta una serie di cani, alcuni dei quali assurgono alla dignità di “personaggi”: si pensi alla cagnetta Nuxe del capitolo quarto del libro, fatta oggetto di un’ardita focalizzazione interna che induce la Romagnolo ad adottare la sinestesia come grimaldello per accedere al suo “punto di vista”.

Ma qual è il ruolo dei personaggi nella Storia? qual è il senso delle loro vicissitudini, delle loro storie individuali? Sono appunto questi interrogativi, che dall’Autrice si riversano o si riverberano sui personaggi, ad ispirare il romanzo: interrogativi che nel titolo trovano una risposta tanto sintetica quanto elusiva. A una lettura attenta del libro non sfuggirà l’assenza di un autentico (e nicciano) amor fati.

Sì, ci sono nella vita delle coincidenze che non sembrano casuali, che fanno pensare a una sorta di fatalità immanente al reale, ma la constatazione e l’ammissione di un imponderabile che determini le vicende esistenziali non approdano all’accettazione, entusiastica o rassegnata che sia, di esso.

Resta, nonostante tutto, un nocciolo duro di irriducibilità. Fata nolentes trahunt, insomma: con l’accento sui nolentes, sul fatto che non tutti ne assecondano – magari a costo di pagarne il fio, come accade all’abietto fattore Alfonso Risso – la forza travolgente. La forza stessa della realtà, che – come ben intuisce Anita – sembra nuova solo «perché cambiano le parole», ma, nel suo fondo, è immutabile, anzi «eterna».

La realtà ha il volto di Medusa: è «orribile» come la vita, che è appunto «una pena infinita». E, quel che è peggio, non conosce redenzione: «Nel giorno dell’apocalisse non c’è giustizia, e forse neanche Dio». L’apocalisse è qui rappresentata dalla devastante inondazione del Borgo di Dentro a seguito del crollo della diga di Molare. L’ondata vorticosa che si abbatte sull’abitato, trascinando via indistintamente nel suo gurgite vasto uomini, animali e cose, è la metafora del destino nella sua forma sublime. Non per nulla la metafora ritorna più avanti, quando i richiamati alle armi dopo la dichiarazione di guerra alla Francia e alla Gran Bretagna vengono assimilati a «rami trascinati dalla corrente».

Ma – dicevamo – se non c’è accettazione, non c’è nemmeno rassegnazione: se quello è davvero il destino, la dignità umana vuole che ad esso si resista. Come la ginestra leopardiana al flusso della lava. In nome di una humana civitas: fiera, se non altro, della propria superiorità morale sul non senso, sul nulla, sulla morte, la «parola indicibile» dietro cui si nasconde il destino comune ad ogni “esserci”. Che è, heideggerianamente, un «essere-per-la-morte». Ed è proprio Anita a comprendere che la vita, più che un «andare» – foss’anche un andare alla ventura, alla deriva o, chi sa, un tornare sui propri passi, se non altro per fare i conti con se stessi e con il proprio passato, come opina e sospetta Giulia -, è «resistere». «Resistere» allora diventa la parola d’ordine, per quanti almeno sono convinti che da essa dipenda la propria dignità di uomini.

Si vedano, in particolare, le due pagine in cui il verbo «resiste», anaforicamente ripetuto, sottolinea la volontà che anima diversi personaggi di non darla vinta agli invasori tedeschi e che incarna lo spirito più nobile di quanti aderiscono alla Resistenza a rischio della vita e, alla fine, non si abbandonano a tripudi, non si abbassano ad umiliare i vinti, non partecipano alla «processione delle ragazze con la svastica di vernice rossa sul cranio rasato», ma si limitano a piangere i morti.

È in questa pietas il messaggio più persuasivo del romanzo, la stessa che raccomandava Giovanni Pascoli ricordando l’assassinio dell’imperatrice Sissi per mano dell’anarchico Luigi Lucheni (Nel carcere di Ginevra): «E l’odio è stolto, ombre dal volo breve, / tanto se insorga, quanto se incateni: / è la pietà che l’uomo all’uom più deve; // persino ai re; persino a te, Lucheni».

Resistere o almeno «tenere a bada la vita», come fa la marchesina Adelaide, ha un senso se, appunto, si apre alla pietà, alla solidarietà: è questo l’approdo a cui perviene la ricerca etica della Romagnolo. E se Adelmo, il primo marito di Adelaide, con la sua disarmata mitezza, nel ricalcare le orme dell’idiota dostoevskiano, naturalmente vocato alla sconfitta, sembra ribadire – con l’Adelchi manzoniano – che nel mondo «loco a gentile, ad innocente opra non v’è» e, di conseguenza, la vanità di ogni alternativa alla realtà medusea, l’esito del romanzo è meno pessimistico.

Certo, la vita resta un «enigma stupefacente» e il destino «un mistero» insondabile, ma sognare qualche forma di riscatto, sperare in un domani migliore, vagheggiare «la Rivoluzione», non sono «favole» (come credeva Assunta, la madre di Giulia, inaridita dal disincanto della miseria). E restano zone franche, momenti di grazia e di felicità che bastano da soli a dare un senso alla vita, a riconciliarci con essa. Nonostante tutto. Il tempo non è solo Chronos («quello che passa inesorabile»), ma anche Kairòs («l’attimo da cogliere»).

Lo spaesamento indotto dal passare del tempo è quello che sperimenta Giulia al suo rientro in patria ed è, in fondo, la sensazione di smarrimento che contraddistingue ogni nostos, non solo letterario. Le tracce del passato cancellate, i vuoti, le assenze, le trasformazioni fanno sì che il mondo diventi un lieu étrange, un labirinto o un caos: si sente allora il bisogno di chiudere gli occhi e di evocare mentalmente ciò che manca, ciò che non è più. Per ritrovare il nostro piccolo e magari misero cosmo perduto. Per ritrovarci.

È quello che fa Giulia, più volte, per vincere la vertigine e il malessere che l’assalgono. Ciò spiega anche, in parte, quella che è forse la cifra stilistica del romanzo, cioè il ricorrere insistente dell’enumerazione. Che è, in molti casi, caotica (per dirla con Spitzer), ma risponde comunque all’esigenza amorosa di salvare immagini e cose dall’annientamento, di sottrarre all’azione onnivora del tempo spazi e luoghi con quanto vi si ammassa, mediante una rassegna nominale che assume i tratti dell’inventario o del catalogo.

Singula enumerare, a volte, è anche un modo di ristabilire un rapporto affettivo con la realtà apprezzata nella discrezione delle sue parti o dei suoi dettagli. Fino al riscatto «in euforia artistica» del penoso o del brutto (Francesco Orlando). Nella descrizione dell’alluvione l’enumerazione caotica ha intenti allo stesso tempo mimetici e patetici, in quanto offre una plastica rappresentazione – metafora in re – della forza del destino. Altre volte, invece, l’accumulo descrittivo mira a rendere l’ossessione dei ricordi e il ritorno angoscioso del rimosso, sull’esempio di quanto accade al Napoleone del 5 Maggio manzoniano: anche Giulia, ad un certo punto, avverte il bisogno di «farsi largo tra le immagini che a ondate l’hanno sommersa».

Da provetta scrittrice, Raffaella Romagnolo non dimentica di misurarsi con la letteratura, le sue astuzie e i suoi topoi (tra cui quello dell’agnizione finale) pure quando si richiami o si rifaccia alla realtà della storia e della geografia (il Borgo di Dentro adombra infatti il cuore antico di Ovada): il suo romanzo è un misto di storia e d’invenzione come i Promessi Sposi, nel senso che attinge, per quanto possibile, a documenti e testimonianze d’epoca, ma questi dati sono poi integrati e rielaborati alla luce di un confronto talora serrato e non di rado confessato con le opere di altri autori, in una fruttuosa dialettica che dà qui risultati, a mio parere, di notevole qualità.

Ben altro, insomma, che «le fumisterie della finzione» da lei evocate con un vezzo di understatement che sa tanto di topos modestiæ.

Raffaella Romagnolo, Destino, Milano 2018


Le opinioni dei lettori

Rispondi

La tua email non sarà pubblicata. * Campi obbligatori



Maina

ElecTO Radio

Current track
TITLE
ARTIST