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Ciao amore ciao. Luigi Tenco canta il suo brano a Sanremo, interpretato anche da Dalida, poi si uccide in albergo.

La tragedia non scuote più di tanto il Festival che presenta una
classifica finale con titoli che paiono quasi un riferimento obbligato a Tenco.

Vince infatti Non pensare a me (Villa e Zanicchi), ma tra i brani di quell’edizione spiccano La musica è finita (Vanoni), Bisogna saper perdere (Rokes e Dalla), Dove credi di andare (Endrigo e Renis), Immensità (Dorelli e Don Backy), Cuore Matto (Little Tony), E allora dai (Gaber), C’è chi spera (Riki Maiocchi).

Ovviamente il maggior appuntamento musicale dell’anno offre anche altro.

Quando dico che ti amo consacra il fugace successo di Annarita Spinaci mentre Orietta Berti si riconferma con canzoncine che piacciono a un pubblico vasto e che ama i pezzi “facili” con Io, tu e le rose.

Ma il vento nuovo spira anche in Riviera, con i Giganti che presentano la loro Proposta (mettete dei fiori nei vostri cannoni) e con Gianni Pettenati e Gene Petney che inneggiano alla Rivoluzione, seppur senza colpi di cannone.

Ma il 67 è anche l’anno dei grandi successi delle cover.

A partire dal disco più venduto, A chi, di Fausto Leali. Ma c’è solo l’imbarazzo della scelta tra lo stesso Leali che interpreta Senza luce, (dei Procol Harum, ma la versione italiana di maggior successo è dei Dik Dik) La banda (Mina), San Francisco (Bobby Solo, ma vende di più l’originale di Scott McKenzie), Piccolo ragazzo (Milva), Dite a Laura che l’amo (Michele), Il sole è di tutti (Dino, ma ha meno successo di Stevie Wonder).

Sono cover anche alcuni brani di “nicchia” dedicati ai beat: L’abito non fa il beatnik di Evy e Il beat cos’è della Ragazza 77.

A loro risponde Adriano Celentano con Tre passi avanti (e il mondo beat finirà). Nella querelle rientrano anche i Nomadi con una cover, Un figlio dei fiori non pensa al domani.

Insomma, l’Italia non ha avuto tempo per abituarsi ai beat che la moda è già finita.

Resistono invece i nomi di quella che viene considerata come la canzonetta all’italiana.

Da Morandi (Un mondo d’amore, Tenerezza, Se perdo anche te, Una domenica così) a Rita Pavone (Questo nostro amore), da Caselli (Sole spento, Sono bugiarda) all’inossidabile Claudio Villa (Granada).

E ancora Wilma Goich (Se stasera sono qui, di Tenco), Al Bano (Nel Sole), Jimmy Fontana (La mia serenata), Bobby Solo (Non c’è più niente da fare, Siesta), Don Backy (Poesia), Little Tony (Peggio per me), Cinquetti (La rosa nera), Modugno (Meraviglioso).

Celentano e consorte, allo stadio in Centomila, si autodefiniscono La coppia più bella del mondo mentre Dalida, rimasta sola dopo la scomparsa di Tenco, ha successo con Dan dan dan e Mama.

Ma ci sono gli emergenti. Quelli che avranno un successo effimero (Robertino, con Era la donna mia, Nico e i Gabbiani con Parole, I Quelli con Per vivere insieme), altri che dureranno un po’ di più (Roberto Carlos con La donna dell’amico mio, Nino Ferrer con La pelle nera, i Ribelli con Pugni chiusi, Rocky Roberts con Stasera mi butto, Antoine con Pietre e Cannella).

E poi quelli che avranno un successo duraturo, da Lucio Dalla (Il cielo, ma il cantante bolognese aveva già una discreta notorietà) a Patty Pravo (Ragazzo triste, Qui e là), a Massimo Ranieri (Pietà per chi ti ama).

Lucio Battisti compare finalmente come interprete (Luisa Rossi) e non più solo come autore dei successi dell’Equipe 84 (29 settembre) e dei Dik Dik (guardo te e vedo mio figlio).

Per i Camaleonti è L’ora dell’amore e per Guccini è ora di cantare da antisociale una Canzone per un’amica e L’atomica cinese mentre è di tutt’altro tipo la bomba che canta Dorelli.

È anche l’anno del Dio che è morto dei Nomadi, di Bocca di rosa e di Via del Campo di De Andrè.

Persino il Quartetto Cetra si lancia nella canzone impegnata con La ballata del soldato e Nicola di Bari lancia la moda della fuga da casa con Giramondo: il filone avrà molto successo negli anni seguenti.


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