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1988:

negli Stati Uniti, George H. W. Bush, già vicepresidente nei due mandati di Ronald Reagan, diventa il 41º Presidente; dopo 8 anni finisce la guerra tra Iran e Iraq; in Italia, Sergio Pininfarina viene eletto presidente di Confindustria e nasce il Salone del libro di Torino; a Los Angeles, il film L’ultimo imperatore diretto da Bernardo Bertolucci si aggiudica 9 Oscar, mentre a Monaco di Baviera, i Paesi Bassi sconfiggono l’Unione Sovietica vincendo il campionato d’Europa per nazioni; ecco la seconda parte degli album che hanno segnato la storia della musica in questo anno:

It Takes a Nation of Millions to Hold Us Back” dei Public Enemy
La nascente scena hip hop / rap, con Run DMC e Beastie Boys tra i primi, era prevalentemente prodotta da Rick Rubin, e ovviamente quando il produttore conobbe Chuck D, Flavor Flav e Professor Griff, non poté tirarsi indietro: scelse un nome tanto perentorio quanto indicativo, ovvero Public Enemy, e dopo il primo album, decise di produrre anche il secondo, “It Takes a Nation of Millions to Hold Us Back”; nelle intenzioni del gruppo l’album doveva essere l’equivalente di “What’s Going On” di Marvin Gaye, in quanto ricco di forte contenuto a sfondo sociale.

Il disco si apre sulle urla della gente e su una sirena con il proclama di “Countdown to Armageddon”, prima di passare all’effettiva prima traccia, “Bring the Noise”, in cui Chuck e Flav si palleggiano una serie di strofe sul funky scratchato da Terminator X.

La ribellione sociale ha il suo manifesto in “Don’t Believe the Hype”, mentre in “Cold Lampin’ with Flavor” viene messa in risalto la follia di Flavor Flav, ma il disco prosegue con un abbozzo di “Flash’s Theme” dei Queen nella memorabile “Terminator X to the Edge of Panic” prima dei tumulti verbali e degli scratch.

In “Louder than Bomb”, Chuck D veste i panni di colui che cerca di arruolare nuove menti politiche per mettere fine ai soprusi dei bianchi; a seguire troviamo “She Watch Channel Zero?!”, che prende in prestito il riff di “Angel Death” degli Slayer e che mette in guardia i fratelli della propria comunità dai pericoli dell’eccessiva visione delle soap opera che stanno applicando il lavaggio del cervello.

La perla dell’album è “Black Steel in the Hour of Chaos”, caratterizzato da ritmi funk e da parole di condanna verso l’intero apparato militare.

Ci avviamo verso la conclusione dell’album con “Rebel Without a Pause” e “Prophets of Rage”, prima di “Party For Your Right to Fight”, storpiatura dell’hit dei Beastie Boys (“Fight For Your Right to Party”), in cui i Public Enemy ricordano che la loro natura è più politica e rivoltosa a differenza della spensieratezza bianca.

Il disco rappresenta il manifesto nero dell’antagonismo verso il sistema, un manifesto di chi lotta con coscienza senza l’uso delle armi, ma con beat e microfoni come anestetico contro le ingiustizie.

Green” dei R.E.M.
Il sesto album dei R.E.M., “Green“, viene pubblicato sotto la major Warner Bros; è un piccolo evento storico, in quanto il gruppo simbolo del movimento indie americano scendeva a patti con una multinazionale, inclinando il muro eretto dai media attorno al punk e al pop di quegli anni. Con questo disco i R.E.M. passarono dall’essere un gruppo universitario a band rock di livello internazionale.

L’album si apre con il pop ironico dallo stile folk vanmorrisoniano di “Pop Song 89” in cui viene derisa la banalità dalla musica pop, mentre in “Get Up” si possono ascoltare le ormai collaudate voci incrociate dei R.E.M.; ma la prima gemma è “You Are the Everything” dallo stile intimo ed acustico che farà la fortuna della band nell’album “Automatic for the People”.

Si arriva al successo dell’album, che strizza l’occhio anche alle radio: si tratta di “Stand”, brano pop rock dalle atmosfere felici e spensierate, a tratti da party estivi. “The Wrong Child” riprende lo stile acustico con solo chitarra e mandolino e la doppia voce di Michael Stipe, una in tonalità più alta e una più bassa che rendono il brano magico.
Si passa al rock con la batteria a scandire i tempi: “Orange Crush” è una critica social-ecologista, mentre “Turn You Inside Out” è un brano vivace con sussulti chitarristici.

Ci avviamo verso la fine dell’album con l’alternanza tra brani acustici e rock: “Hairshirt” tenta di imitare i precedenti brani dallo stile intimo, mentre “I Remember California” è un rock quasi marziale con una chitarra ad accompagnare.

L’ultimo brano, senza titolo, è un esperimento che ha dato un ottimo risultato ai R.E.M., con gli intrecci vocali di Stipe e uno scambio totale di strumenti tra gli altri tre membri, in fondo è questo “Green”: divertimento, allegria, ottimismo e spensieratezza.

Daydream Nation” dei Sonic Youth
La band newyorkese dei Sonic Youth, dopo quasi sette anni di sperimentazioni ed album nati in maniera spontanea, nel 1988 tira fuori quella che diventerà una pietra miliare del noise rock, con suoni studiati nel minimo dettaglio, con due chitarre accordate in maniera anomala ma precisa, che si completano l’un l’altra: l’album in questione è “Daydream Nation”, un omaggio al rock’n’roll, al blues, al punk, ma con suoni totalmente nuovi e freschi.

La voce di Kim Gordon apre l’album tra i suoni morbidi di “Teen Age Riot”, prima della chitarra di Lee Ranaldo che si presenta tagliente ed apre la strada ad un ritmo più veloce; la successiva “Silver Rocket” è comandata dal ritmo incalzante della batteria spezzato da improvvise distorsioni chitarristiche, mentre nel terzo brano, “The Sprawl”, viene riproposta la voce femminile con la batteria a tenere il tempo come un metronomo.

Delicati accordi aprono “Cross the Breeze”, ma alcuni rintocchi di basso preannunciano la sfuriata delle chitarre e della batteria lanciate come in un duello.

Si giunge così a “Total Trash”, una cantilena affidata alla voce di Ranaldo con chitarra e batteria in primo piano, ma che successivamente si trasforma in un’orgia di strumenti e distorsioni sempre più confuse. “Candle” e “Rain King” sono due brani agli antipodi: il primo inizia con una melodia per poi presentare il tema principale del brano, mentre il secondo è una rincorsa continua tra chitarre e batteria.

Kissability”, con la voce quasi delirante di Kim Gordon, apre alla traccia finale di quattordici minuti.

Trilogy”, come annuncia il titolo, è un brano ripartito in tre parti: la prima parte, “The Wonder”, dal ritmo hardcore, presenta una voce rabbiosa assecondata dalle chitarre, che rallenta sempre più lasciando spazio alle distorsioni degli strumenti elettrici; la seconda parte è “Hyperstation” che inizia con una apparente quiete che si presenterà a fasi alterne con la voce maschile che si ripropone graffiante tra le consuete distorsioni degli strumenti; l’ultimo capitolo è lasciato alla furiosa “Eliminator Jr.”, con la voce di Kim a sostenere tutta la potenza “rumorosa” degli strumenti, uno sfogo finale accumulato nei settanta minuti dell’intero album.

Un album che presenta tutta la maturità dei Sonic Youth, con un sound che crea un muro sonoro, un muro che rappresenta al meglio tutta la rabbia dei giovani della scena underground americana degli anni ’80.

Tracy Chapman” di Tracy Chapman
Ritmi afro, folk e rock miscelati con testi toccanti e storie di povertà e marginalità delle periferie americane: questi gli ingredienti per il primo album della cantuatrice Tracy Chapman, una ragazza delicata e timida che ha rivitalizzato la scena folk-rock americana.

L’album, intitolato semplicemente “Tracy Chapman”, si apre con il brano che ha fatto conoscere la cantautrice in tutto il mondo: “Talkin’ Bout a Revolution” è una canzone di speranza, una speranza in un cambiamento, una canzone che parla alla povera gente per cambiare l’ordine delle cose.

Il secondo brano è l’altrettanto famosa “Fast Car” e anche in questo caso si viene incitati al cambiamento, a crearsi un futuro migliore con le proprie mani.

Across the Line” affronta in maniera decisa le divisioni tra bianchi e neri, mentre “Behind the Wall” è un brano soul cantato a cappella in cui si denunciano le violenze domestiche nei confronti delle donne.

Tocca ora ad una canzone d’amore, “Baby Can I Hold You”, che vede anche la partecipazione di una tastiera e di un violino elettrico, ma le tematiche socio-politiche della Chapman tornano a farsi vive con l’accompagnamento delle percussioni esotiche in “Mountains O’ Things” in cui si tratta il tema della disparità tra ricchi e poveri.

Le dicotomie amore/odio e guerra/pace sono affrontate nel ritmo folk-rock di “Why?” mentre ci accingiamo alla conclusione dell’album tutto incentrato sul tema dell’amore e sui suoi aspetti più profondi: “For My Lover” è un brano struggente dedicato alla persona amata, “If Not Now…” incita a vivere il momento, mentre l’album si conclude con la stupenda dichiarazione d’amore di “For You”.

Tracy Chapman” è un album che si erge a manifesto sociale dell’altra faccia dell’America, con brani intimisti accompagnati dalla sola voce e chitarra della cantautrice afroamericana


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