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1978:

le Brigate Rosse prima rapiscono e poi uccidono Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, mentre la mafia uccide Peppino Impastato; sempre in Italia, il socialista Sandro Pertini viene eletto presidente della Repubblica e in Città del Vaticano, dopo Paolo VI e dopo soli 33 giorni di pontificato di Giovanni Paolo I (Albino Luciani, primo papa della storia con il doppio nome), viene eletto papa Giovanni Paolo II (Karol Wojtyla, primo papa non italiano dal 1523); dopo 40 anni di dittatura, la Spagna diventa una democrazia, mentre in Argentina, la nazionale di casa vince il suo primo campionato del mondo di calcio; gli alpinisti Reinhold Messner e Peter Habeler sono i primi a raggiungere la cima dell’Everest senza l’ausilio di bombole di ossigeno e viene scoperto Caronte, il primo satellite di Plutone; ecco la seconda parte degli album che anno segnato la storia della musica in questo anno:

5. “Question: Are We Not Men? Answer: We Are Devo!” dei Devo

Nel 1977, David Bowie, Iggy Pop, Robert Fripp e Brian Eno, definirono i Devo la band del futuro e si offrirono per produrre il loro primo album: la produzione fu assegnata a Brian Eno e nel 1978 nacque “Question: Are We Not Men? Answer: We Are Devo!”.

Alla base di tutto c’è un concetto molto semplice: la società americana stava regredendo, stava compiendo un’evoluzione al contrario, una “DE-EVOluzione”, e per inscenare efficacemente tutto questo studiano una musica primitiva, con una voce spiegata che procede a scatti, con accordi di chitarra squadrati e flash di synth ripetitivi.

L’album si apre con “Uncontrollable Urge”, brano dai ritmi forsennati in pieno stile punk, e prosegue con la cover di “Satisfaction”, una versione “spastica” ed imprevedibile dello storico brano dei Rolling Stones.

Praying Hands” ha un ritmo bizzarro ma travolgente ancora sullo stile punk, mentre “Space Junk” è uno dei primi esponenti della nascente sfera new wave.

L’uomo sta regredendo e i Devo lo annunciano con “Mongoloid”, “Jocko Homo” e nell’industriale disordine di “Too Much Paranoias”.

In “Come Back Jonee” assistiamo al genio dei Devo che rovesciano il classico di Chuck Berry “Johnny B. Goode”, prima di avviarsi verso la conclusione: “Sloppy” e “Shrivel Up” concludono quello che è considerato uno dei primi album new wave o post punk, uno dei più urticanti manifesti della musica da strada che si abbandona alla sperimentazione sfrenata.

6. “Road to Ruin” dei Ramones

Tre album alle spalle, tanti concerti ma pochi soldi in tasca, nessun risultato di classifica rilevante e il cambio di batterista, da Tommy a Marky: queste sono le premesse per il quarto album dei Ramones, “Road to Ruin”.

Si tratta di un album di esperienza e mestiere, con una produzione più pulita, brani che superano addirittura i 3 minuti (una stranezza per la band americana) e la presenza di chitarre acustiche e assoli elettrici, che però non snaturano le consuete caratteristiche dei Ramones.

I Just Wanna Have Something To Do”, con ritmi più heavy & hard, apre l’album, seguito da “I Wanted Everything”, che invece ritorna al punk veloce dei primi tre album.

Ancora alternanza tra ritmi più hard con “Don’t Come Close” e ritmi punk con “I Don’t Want You”, per poi passare alla leggerezza di “Needles and Pins”.

I’m Against It” rappresenta la fermezza del vecchio stile Ramones, prima della hit dell’album, “I Wanna Be Sedated”, ultimo grande inno da disadattati.

Go Mental” e “She’s the One” fanno da contorno punk e alla più soft “Questioningly”, prima di avviarci verso la conclusione con “Bad Brain” e “It’s a Long Way Back”.

In questo album assistiamo ad un cambio di direzione da parte dei Ramones, uno svolta un po’ più leggera, accolta positivamente anche dallo zoccolo punk più duro, ma che non ha portato al successo commerciale desiderato, se non solo vent’anni dopo.

7. “Some Girls” dei The Rolling Stones

Ritornano i Rolling Stones! Nonostante l’esplosione del punk, nonostante i problemi di droga di Keith Richards, nonostante la svolta dance di Mick Jagger (onnipresente allo Studio 54, primo locale di disco music), nonostante fossero dati prematuramente per bolliti, nonostante tutto, i Rolling Stones ritornano al top con “Some Girls”.

Un disco con influenze dance e funk che si fanno subito sentire con il singolo “Miss You”, ma anche un rock più classico con “When the Whip Comes Down”, che zittisce tutti.

Just My Imagination (Running Away with Me)” anticipa la title-track “Some Girls”, che attira su di sé tutte le critiche e contestazioni possibili.

Il rock aggressivo, quasi punk, di “Lies” e il country “Far Away Eyes” anticipano un’altra hit dell’album: “Respectable” è il tripudio di chitarre della coppia Richards-Wood, riff alla Chuck Berry e tanto rockabilly.

Before They Make Me Run” è un inno fuorilegge, cantato da Keith Richards, narrando vicissitudini tra alcol e droghe, mentre “Beast of Burden” è una ballata acida che racconta della relazione di Mick Jagger con l’allora top model Jerry Hall. La melodia e il ritmo si miscelano a passi aggressivi nella conclusiva “Shattered” che dimostra che il disco è puro divertimento, privo di momenti noiosi e di cadute di tono: i Rolling Stones sono tornati!

8. “Van Halen” dei Van Halen

Una delle pietre miliari dell’hard & heavy è l’album di debutto dei Van Halen, intitolato in maniera eponima: lo straordinario talento chitarristico di Eddie Van Halen e la presenza scenica di David Lee Roth rendono quest’album innovativo e carico, in grado di marchiare a fuoco sui timpani quello che sarà lo stile che seguirà negli anni 80. Il disco si apre con una traccia stura orecchie: “Runnin’ with the Devil” è adrenalinica e carica di energia, ma non è nulla in confronto al minuto e 42 secondi di “Eruption”, una traccia strumentale con la sola chitarra in cui si può ascoltare l’immenso talento di Eddie Van Halen.

L’album prosegue con la potente cover di “You Really Got Me” dei Kinks per poi arrivare a “Ain’t Talkin’ ‘Bout Love”, una deflagrazione di hard rock. Si prosegue velocissimi con “I’m the One”, dal ritmo galoppante e dalle chitarre graffianti, per poi scendere di ritmo, ma non di tecnica, con “Jamie’s Cryin”.

Il graffio della chitarra apre “Atomic Punk”, dopodiché si giunge alla dolce “Little Dreamer”, prima di arrivare alla conclusione dell’album con “Ice Cream Man”, inizialmente dal ritmo blues, e “On Fire”, dal riff roccioso e dalle urla acute di David Lee Roth.

Un battesimo di fuoco per i prodigiosi Van Halen, band destinata a lasciare l’impronta nel mondo hard rock.


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