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1959:

in un incidente aereo perdono la vita i giovani musicisti Richie Valens, Buddy Holly e The Big Bopper, a Cuba il dittatore Batista abbandona l’Avana mentre Fidel Castro entra nella capitale in testa alle sue truppe, l’Unione Sovietica lancia nello spazio il primo oggetto costruito dall’uomo, mentre in Italia Aldo Moro diventa il nuovo segretario della Democrazia Cristiana; ecco la seconda parte degli album che hanno segnato la storia della musica in questo anno:

Kind of Blue” di Miles Davis
La naturale perfezione della musica esiste e la troviamo nell’album “Kind of Blue” di Miles Davis; accompagnato da musicisti del calibro di Cannonball Adderley al sax contralto, John Coltrane al sax tenore e Bill Evans al pianoforte, la tromba di Miles Davis mette alla luce il jazz modale, il fratello posato e tranquillo del free jazz.

Il primo brano, “So What”, si apre con una breve introduzione affidata al piano e al basso, dopodiché entra in gioco il tema principale esposto all’unisono da tutti i musicisti e successivamente proposto in maniera libera dai singoli elementi della band: si parte dalla scattante tromba di Davis, seguita dal tenore di Coltrane avvicendato dal contralto di Cannonball che porta una sfumatura più blues; chiude il brano dopo nove minuti il piano di Evans che fino ad allora aveva appoggiato i compagni con il suo fraseggio. Il secondo brano è “Freddie Freeloader”, un blues classico che si apre con il piano saltellante seguito dalla tromba di Davis e successivamente dai sassofonisti per dare più sapore e speziatura al brano.

Blue in Green” è una ballad dal sapore romantico in cui si sente maggiormente la mano di Evans sul pianoforte anche se il tema è esposto da Davis, mentre “All Blues”, come dice il titolo, è tutto un blues con una ritmica simile a quella di “So What” e anche in questo caso i fiati si prendono ciascuno il proprio spazio con una piccola attesa da uno all’altro. In chiusura, la lenta “Flamenco Sketches” ci porta in Spagna, con la tromba di Davis a farla da padrone, seguita dai due sax e dal finale di Evans al pianoforte; un album assolutamente da non perdere, una pietra miliare del jazz e di tutta la musica.

The Shape of Jazz to Come” di Ornette Coleman

Ornette Coleman è l’artista free jazz per antonomasia in grado di sgretolare il canone armonico e nell’album “The Shape of Jazz to Come” dimostra tutta la sua ribellione musicale dando un calcio alla formalità in cui il jazz si stava avviando; innanzitutto tolse dal quartetto il pianoforte, creando una formazione con il suo sax contralto, una cornetta, un contrabbasso e una batteria, dopodiché eliminò tutte le strutture di accordi, creando delle linee melodiche destrutturate e spesso indipendenti tra di loro.

L’album si apre con la languida ballata “Lonely Woman” in cui prevale il sassofono di Coleman, sostenuto dalla batteria; “Eventually” è composto principalmente dal suono acidulo e snervato della cornetta a cui a tratti si aggiunge il sax di Coleman e sempre accompagnato dalla batteria a ritmo frenetico. “Peace” si apre con il suono dei fiati all’unisono, un attimo di silenzio e poi ciascuno per la sua strada per nove minuti di pura magia free jazz. “Focus on Sanity” si apre con la rullata della batteria e un lungo assolo di contrabbasso accompagnato dal leggero suono della batteria, per lasciare spazio ai lampi di genio di Coleman, prima della chiusura lasciata alla batteria incessante. “Congeniality” è un brano frastagliato e imprevedibile in cui fiati si divertono a rincorrersi per quasi tutti i sette minuti della composizione. Chiude l’album “Chronology”, sulla stessa linea stilistica del brano precedente, indicando precisamente quale direzione prenderà il jazz negli anni successivi: ormai la rivoluzione del jazz è iniziata.

The Genius of Ray Charles” di Ray Charles

In un periodo dominato dal jazz, il “Genio” Ray Charles riesce ad attirare l’attenzione sulle sue melodie soul e R&B, arrivando a superare il suo principale “concorrente” Frank Sinatra; l’album “The Genius of Ray Charles” è diviso in due parti: la prima vede la collaborazione con l’arrangiatore Quincy Jones su brani adatti ad un “big band” composta da vari fiati che sposta le sonorità sul jazz e sullo swing, mentre la seconda parte è composta da diverse ballate romantiche con una band standard con piano (ovviamente Ray Charles), chitarra, basso e batteria.

L’album si apre con lo standard blues “Let the Good Times Roll” in chiave swing misto jazz, senza però mai perdere le caratteristiche R&B di Ray; segue la ballata “It Had to Be You” in pieno stile Sinatra. Ray Charles alterna brani veloci a ballate: in tutti i brani della prima parte, come “Two Years of Torture” e “Deed I Do”, la parte swing data dai fiati si sente forte e chiara, mentre nella seconda parte, che si apre con “Just for a Thrill”, a farla da padrone è il piano del “Genio” accompagnato da un leggero giro di basso e dal suono lieve della batteria: “You Won’t Let Me Go” e “Tell Me You’ll Wait for Me” sono ballate romantiche struggenti in cui la voce di Ray si fa dolce quasi sussurrante. Con “Am I Blue” e “Come Rain or Come Shine” ci avviamo alla conclusione di quello che forse è il miglior album di Ray Charles, in grado di farsi sentire forte e chiaro in pieno periodo jazz, con il suo suono swing (aiutato da Quincy Jones) e le sue caratteristiche soul.

Time Out” dei The Dave Brubeck Quartet

Dave Brubeck al pianoforte, Paul Desmond al sax contralto, Eugene Wright al contrabbasso e Joe Morello alla batteria, con quattro nomi di questo calibro non poteva che nascere un capolavoro dal titolo “Time Out”: mai titolo più emblematico per il quartetto capitanato da Dave Brubeck, che va a tutti gli effetti fuori tempo, introducendo nel jazz rondò, fughe, valzer e tempi dispari. L’album si apre con un brano in 9/8 ispirato a Mozart, intitolato “Blue Rondo a la Turk”, in cui il piano di Brubeck presenta questa rivoluzione stilistica, per poi tornare ad un confortante blues in 4/4 del sax di Desmore.

La dolce “Strange Meadow Lark” è dominata dal piano di Brubeck con una parte centrale dedicata all’improvvisazione del sax, ma ecco che si giunge alla perla dell’album: “Take Five” è uno degli standard del jazz più famosi di sempre, concepita in 5/4 con ritmi swing e uno splendido assolo di batteria da parte di Morello. “Three to Get Ready” è un valzer in 3/4 che si alterna ad uno swing, seguito da “Kathy’s Waltz”, un puro valzer molto elegante. Ci avviamo alla conclusione dell’album con due tributi ai tempi composti: “Everybody’s Jumpin’” e “Pick Up Sticks”. Con questo album Brubeck riesce a sovvertire le strutture convenzionali del jazz basandosi sulla fantasia ritmica e grazie alla leggerezza dei musicisti.


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