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Di scuole, di scuoline e di scuolette: di plessi, di istituti comprensivi, di licei dal nome roboante e di istituti tecnici. Parleremo di scuole: non di scuola, chè ne scrivemmo a stufo, sibbene di scuole vere, in carne ed ossa, ossia in lavagne e mattoni.

Ogni ministro che arriva, parla della scuola italiana come se avesse studiato su Saturno e abitasse su Plutone: lo stupiscono i bassi stipendi, lo addolora la bassa considerazione internazionale, lo sorregge la certezza di rapidi e significativi miglioramenti.

In realtà, se ne sbatte le balle: indefettibilmente, invariabilmente, inevitabilmente. E le nostre scuole sono lì, da guardare: disperatamente a caccia d’iscrizioni, per non diventare parte di agglomerati al risparmio. Dolorosamente prive di tutto: costrette a risparmiare su fotocopie e supplenze, corsi e laboratori, visite guidate e carta igienica.

Brutte da far male, coi loro intonaci scrostati: sembrano caserme dismesse.

E, quasi a compensarne la pochezza strutturale, farcite, locupletate all’ingozzo di regoline e regolette: una più balzana dell’altra, una più supremamente scema dell’altra, a regolamentare le minzioni e le merende. Tutto, in queste scuolacce, è scrupolosamente burocratizzato, tutto controllato: tranne una cosa, l’unica che davvero conti, ovvero la qualità dell’insegnamento.

Un insegnante è schedato, controllato, gascromatografato, negli orari, nei turni di controllo, perfino nelle ore buche, ma a nessuno viene in mente di controllare cosa faccia in classe: che si spolmoni per ore o che legga il giornale, che faccia lezione in otto lingue o che si limiti a fare ascoltare agli studenti dei files di Youtube, non cambia nulla. E sapete perché? Perché se ciò avvenisse, oltre all’improbabile necessità di cacciare a pedate nel preterito metà della classe docente, bisognerebbe ammettere che i docenti non sono tutti uguali: che qualcuno fa mille e qualcuno zero.

E bisognerebbe cominciare a differenziare stipendi ed emolumenti. Mai sia! La scuola è il paradiso dell’uguaglianza: tutti devono essere valutati e retribuiti su base nazionale. Uno vale veramente uno, nella scuola: anche se vale zero. E così, i bravi insegnanti si incazzano: com’è che quello lì che non fa un tubo prende il mio stesso stipendio? È questo il refrain che risuona nei corridoi di quelle scuole-cesso di cui dicevamo. Eppure, le differenze sono palmari: i genitori, che pure non sono tutti fulmini di guerra, se ne accorgono dopo dieci minuti.

Ma questa è la scuola del socialismo reale: del tutti uguali per decreto. L’unico fottuto posto, in tutta Europa, in cui il socialismo reale viva e prosperi, alla faccia di tutte le Glasnost di questo mondo. E, così, eccole lì, le scuole, le scuoline e le scuolette, dove accompagnate i vostri pargoli a raccogliere, ogni santo giorno, il loro bravo distillato di fregnacce: viste da fuori, fanno proprio schifo. Viste da dentro, sono l’inferno…


Reader's opinions
  1. terry   On   22 Settembre 2019 at 19:11

    Chi ha scritto l’articolo è un po’ depresso. Forse qualche cosa di buonininininino c’è, ma bisogna aprire gli occhi e avere una mente sana.

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