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La poesia eponima (ri)evoca la stanza da letto dove, «all’ultimo piano» del caseggiato, dormivano, dopo l’amore, Tàto e Diana, i cui «corpi brillavano nella penombra».

Erano innamorati e «si baciavano come nei film / o mentre mangiavano» lei sedeva sulle ginocchia di lui che l’imboccava «e lei reclinava la testa, come un uccellino».

È un ricordo d’infanzia: Tàto è morto, di Diana non sappiamo. Ma quella stanza, anzi quelle «stanze piene di sole», agli occhi della bambina che le guardava (in un atteggiamento da voyeuse, sàpido di proibito), diventano un emblema paradisiaco, un augurale – per quanto inconscio – oggetto del desiderio.

Tanto è vero che, in una sorta di transfert, la bambina sogna di essere come Diana, amata come lei e di «non uscire mai da quella stanza».

La scena d’amore, più che descritta, è suggerita da una serie di oggetti: «Sul tavolo c’era ancora il melone mangiato a metà. / Per terra una camicia, le calze di nylon, / il suo vestito a fiori».

In esergo al libro, una frase di Louise Glück, che vale più di una poetica dichiarata: «Guardiamo il mondo una volta, nell’infanzia. Il resto è memoria».

È quel “guardare”, goloso e talora improvvido, che ci segna e disegna un imprinting indelebile nella nostra mente: la mappa del nostro immaginario, la filigrana della nostra sensibilità. È la voce dell’infanzia che ci richiama a un mondo di cose e persone che non è più: «La poesia è mancanza. / È il respiro concavo / dove depongo / una susina / una piuma / una pietra di fiume».

Di qui la sua natura elegiaca, in limine esemplata da La malinconia dei girasoli. L’epica favolosa dell’infanzia, per effetto della distanza, fatalmente si sfrangia e si sfalda in una elegia, a volte asciutta, a volte dolorosa, sempre però infrenata da una sapienza stilistica che risolve in metafore e immagini ogni empito sentimentale.

Non è un caso che la prima vera sezione del libro, dopo una sorta di ouverture che ne esplicita la poetica, s’intitoli Primi dei dell’infanzia, ed ovviamente i primi dei sono i genitori, che agli occhi delle figlie, «ferme nel centro del cerchio» magico e protettivo della casa, si stagliano in uno splendore celeste: «Lassù il padre e la madre brillavano: / erano stelle siderali, / comete, / astri di luce e di fuoco».

«L’infanzia accadeva, / fredda e lucente come uno specchio. / La madre innaffiava vasi senza polline, / il padre tratteneva la fine / fermo dietro a una porta. / Vivevano una pace irreale, / qualcosa di semplice e silenzioso / come la morte. // La bambina sognava, la bambina sognava. / La madre taceva. / Il padre teneva il cuore del mondo / chiuso a chiave in una scatola rossa. / La pioggia cadeva, spaccava la terra. / Sui rami gli uccelli tacevano / per non far sorgere il sole».

Il tempo è sospeso, in una immobilità di sogno. E con esso i gesti dei personaggi, in un silenzio irreale, rotto solo dal rumore della pioggia, la cui violenza sembra tuttavia bandita dal chiuso della casa, tenuta a bada dalla figura paterna. Prima che la vita vera facesse irruzione, col «primo sole», che «lasciava sui vetri / un biancore cancerogeno. / Rendeva ogni cosa chiarissima, / ogni piccola cosa reale».

Il richiamo dell’infanzia è la voce del sangue, della casa. Per dirlo, la Raimondi, in epigrafe a “Via Sant’Elia”, si appella a Sujata Bhatt: «Sono quella / che va via, sempre / via con la casa / che può restarmi dentro il sangue / – la mia casa che non ha posto / in nessuna geografia».

Questo perché l’infanzia non ha tempo e non ha luogo: sopravvive solo nell’immaginazione e nel ricordo, in uno spazio sacro che fatalmente ci risucchia e risuona nel cuore. Si veda “L’inizio del cielo”: «È per necessità che torno / per necessità e memoria. / Per questa ragnatela lucente / di nomi e di suoni / e l’eco dei morti, / la loro voce bianca. // È per sterrare bellezza e rito. / Per questo restare. / Sì. Per tutto questo restare / nelle ciglia e nel fiato. // Il ricordo schiuma nel sangue: / primo cibo, un sogno piccolo, / il catino di smalto. / È qui, sulla terra, che si compie il creato. / La memoria comincia / dal rumore del cuore».

Perché dunque si scrive?

«Se scriviamo è per questo: / per non dimenticare il sogno, / ritrovare un tocco d’angeli sulla guancia / e sconfiggere demoni / immobili come aghi sotto la pelle. / Siamo stati cullati da madri gentili / in un tempo che era piccolo e chiaro / ma scriviamo per l’assenza del sole, / per la violenza di un’alba / che ha visto scheletri sotto la pelle, / un pipistrello volare fra i capelli. / Scriviamo per la voce dei bimbi / che piega il rumore della noia. / Per la luce che scivola lungo alberi altissimi / e il grande arco del cielo, / l’indaco luminoso che ci cola dentro gli occhi. / Scriviamo per non dimenticare le donne di Rubens / nude e bianche, con occhi dolci di sonno / e la carne che splende. / Per la tregua, / la mano di un amante che ci sfiora la nuca. / Scriviamo per l’attesa, / quando un’orbita di luna ha sbagliato percorso, / per la corona di spine che ci sanguina la fronte / e ci fiorisce le mani nella luce di un verso».

Alla base della poesia c’è una pluralità di stimoli, ma c’è soprattutto il bisogno di rimediare a un’assenza, a una frustrazione, di lenire una paura, un dolore. Da trasformare in fiori, da sublimare in luce.

«Sapevamo che l’innocenza può uccidere» dice la poetessa; ebbene, è proprio nell’infanzia che, tra giochi e piccole grandi gratificazioni, si fa pure esperienza della morte e di tanti altri piccoli traumi che lasciano il segno nella psiche: dalla scoperta, ora furtiva ora brutale, del sesso e del tradimento coniugale al senso di colpa per aver disatteso il desiderio paterno di avere un figlio maschio, al «buio della sera» foriero di solitudine e di paure.

Dopo l’infanzia, vengono, nella seconda sezione, i Riti di passaggio: la prima mestruazione, il taglio dei capelli, le letture estive, gli amori adolescenziali, i pomeriggi al lago, un incidente stradale. Con il passare degli anni – che è anche il titolo di una lirica – cresce il peso delle notti, della solitudine, del vuoto: «le case si svuotano, / come del resto i letti, e le voci / e le giornate».

Le stelle «pesano sul mondo. / Fuori il vento scuote gli abeti. / Sul tavolo forbici aperte, / gusci di noce, / chiodi ossidati».

Al linguaggio muto, ma più che mai eloquente, delle cose è affidato il messaggio della disillusione di chi non è più chiuso «nella calda placenta dell’infanzia».

Seguono Foto di famiglia: quella di una “Antenata” morta a sedici anni, da cui la poetessa sente di avere ereditato qualche tratto, qualche scaglia di DNA, sì da perpetuarne «i gesti, / i passi, il fiato, / certi sussurri delle ossa», quella del padre («Mio semi dio dai folti capelli»), una “Foto di famiglia per l’Abissinia (1937)” che è l’occasione per evocare uno spaccato familiare d’autrefois col suo portato di povertà e di femminile apprensione dinanzi alla prospettiva dell’ennesima gravidanza.

Ci sono poi i “santini” dei familiari defunti: «E in ognuno di loro la stessa storia: una storia di terra. Poche date. La scuola elementare, i campi, il matrimonio e poi i figli, le mani spaccate dal vento, il lato umile del sangue. // Se li guardo da vicino, vedo ancora ombre di terra sulla pelle, polvere di campo dentro i loro sguardiu. Terra nei capelli, sulla lingua, sotto le loro unghie; terra che ha segnato la loro vita, la curva della schiena, il carattere ferroso delle loro parole. E so che sotto questi vestiti buoni, sotto la mia apparenza cittadina, me la porto dentro anch’io tutta quella terra, e quei destini che invecchiando ritrovo sempre più simili alla mia vita».

E c’è posto anche per la madre, perché – citando Carla Mussi – «I vivi ci lasciano soli, non i morti».

La madre rimanda «allo spazio-luce dell’infanzia, / in un mondo più povero / dove spariscono i nomi delle cose / ma restano la vecchia canzone alla radio, / i fuochi nei campi, / un trasmutare di voci nel buio», e l’approssimarsi della sua scomparsa induce a sconsolate considerazioni: «Brillano per un istante i nostri nomi / ma presto saremo un fuoco spento, mamma» (“Madre”).

Si finisce con Piccole storie di paese: piccoli scandali, un incesto, l’avventura di un contrabbandiere, casi di esasperato puritanesimo, l’arte (ri)creativa del giardinaggio… All’insegna di Tagore: «Dei grandi regni si stanca Dio, / mai dei piccoli fiori».

Daniela Raimondi, La stanza in cima alle scale, Aragno, Torino 2018


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