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Dicono – e sembra che lo confermi addirittura un rapporto della Forestale – che sulle nostre montagne si percepiscono strane presenze. E non si parla di un orso vagabondo o di un cinghiale salito in quota per cercare di sfuggire alla mattanza pre-autunnale.

Si parla delle creature del cosiddetto Regno Incantato : elfi, gnomi, folletti… Fate, soprattutto. Ed anche streghe, ovviamente.

Le creature del mondo incantato, che una cultura pretenziosamente razionalista da tempo ha confinato nella indefinita dimensione della fiaba, popolano da sempre le nostre montagne. Dalle vette dell’arco alpino alla dorsale degli Appennini. Certo, dovrei dire che popolano l’immaginario delle montagne, le leggende, le narrazioni popolari per lungo ordine d’anni trasmesse in quelli che, dalle mie parti, venivano chiamati Filo’, le interminabili sere d’inverno trascorse accanto al fuoco, o nelle stalle, per meglio sfruttare il calore animale. Trascorse narrando storie. E così trasmettendo tradizione e cultura, secondo quell’uso dell’oralità che risale ad epoca remota.

Non diversamente dovettero nascere le storie che poi divennero l’Iliade. Ritenuta, appunto, per molti tempo una bellissima fiaba, e quindi inconsistente e irreale. Poi è venuto un matto, ma un matto tedesco e quindi dotato di metodo. Ed ha scoperto le rovine di Troia.

Quindi perché non dare credito alle tradizioni su fate, streghe ed altre creature di quello che in Irlanda, verde terra di possente immaginazione, chiamano “Il piccolo popolo”? William B. Yeats ha dedicato un grande impegno a raccogliere le Fiabe Irlandesi, narrandole da par suo. Da grande poeta, che intuiva come gli esseri fatati non fossero che gli antichi Dei, scacciati dai cieli e rifugiatisi nei boschi e fra le colline.

L’immaginario fiabesco delle nostre regioni non è inferiore. Solo meno noto, per disinteresse intellettuale. Con poche eccezioni. I soliti Romantici, alla ricerca delle radici. Costantino Nigra, l’agente segreto di Cavour, l’uomo che sedusse la bellissima Eugenia De Montijo, moglie di Napoleone III. Ci ha lasciato una splendida raccolta di Fiabe Piemontesi. Anche le spie erano capaci di sognare. Potrei ricordare altri nomi, ma non quello di Calvino. Scrive bene, ma non crede a quello che racconta. E per narrare una fiaba bisogna crederci.

Bisogna essere capaci di vedere le fate danzare con passo lieve in una notte luminosa di Luna, nel prato antistante il castello, mentre suona un’orchestra di elfi. E sentire le loro risate fresche come lo zampillare di una fonte, e intravvedere i loro occhi lucenti di gioia.

È bisogna, nella luna, saper vedere il volo di bellissime streghe, i capelli come fiamme sciolti al vento, ed ascoltare anche qui l’eco di voci cariche di magia.

Le fiabe non vanno spiegate, sezionate, razionalizzate. Vanno ascoltate, tacitando per un po’ la ragione. E vanno vissute. Come quando in un bosco, stanco per il cammino, ti sembra di vedere uno gnomo che beve ad una fonte. Le fiabe ci conducono all’anima profonda dei nostri popoli, come scrivevano Brentano e Novalis. Ci conducono alle porte segrete delle montagne, ordinariamente invisibili. Che celano l’accesso a valli incantate. Valli chi ci sono proibite, o meglio che noi stessi ci siamo proibiti. Negandone l’esistenza. E quindi condannandoci all’aridità del cosiddetto reale. In rari momenti, però, possiamo ancora vedere. O solo intuire quella dimensione. In una musica che ti trascina lontano. In uno sguardo ridente che riflette i boschi nella luce lunare. È un dono, raro. Ma ti dimostra che ci sono più cose fra terra e cielo che in tutta la nostra filosofia. E può cambiarti la vita.


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