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Accarezzo la testa di mio figlio… Che come tutti i pre-adolescenti detesta essere baciato. Ma le carezze no. Quelle gli piacciono e le cerca. Gli accarezzo i capelli, per placare le sue inquietudini notturne.

Per fugare i fantasmi che vengono dal suo, tormentato, passato visto che è adottato ed ha una vita precedente di cui so ben poco. E di cui non parla.

È un gesto di protezione. Di rassicurazione. Di affetto.
Le carezze. Noi italiani amiamo le carezze più di tanti altri popoli. Sono nel nostro DNA. Nel nostro destino.

O dolci baci e languide carezze“: prima di morire, Cavaradossi contempla le stelle e ricorda i baci e le carezze di Tosca. Il melodramma esprime più di tante forme d’arte l’animo nostro. E Puccini, con il suo potente languore, ne rappresenta l’apice. Non lo amavo da giovane. Lo trovavo… sdolcinato. Gli preferivo la potenza cosmica di Wagner, la forza popolare, e un po’ bandistica, di Verdi.

Poi ho capito, o cominciato a capire. La giovinezza non è portata alle carezze. Ha mani troppo grandi e rozze, come dice Saba nella sua luminosa lirica su Trieste. La giovinezza è impeto, velocità. È amplessi famelici e tumultuosi. Come nel Futurismo, l’inno alla giovinezza. Non vi sono carezze nel Mafarka di Marinetti. Vi è molto altro, che gli costò, vista la mentalità del tempo, l’accusa di oscenità.

Per imparare ad accarezzare ci vuole tempo. Sia come padri (o madri) sia come amanti.
Richiede lentezza, calma. Serenità d’animo. Che non significa, tuttavia, assenza di passione. Anzi. La capacità di protrarre la passione oltre i limiti del tempo. Di portarla a quel calore bianco che arde, ma non consuma. Non riduce in cenere.

Accarezzare è arte antica. La troviamo come pratica fondamentale, nonché ardua, in tutti i più importanti trattati erotici orientali.

O quelle MANI, Anima, le mani delle donne che incontrammo…” così D’annunzio che delinea una completa fenomenologia delle carezze. Da quelle sensuali a quelle languide. Da quelle tenere, a quelle rassicuranti. Le carezze sono infatti un modo di parlare senza usare la voce. Senza proferire parola alcuna. Possono dire molto di una persona. O di un rapporto. Rivelano non solo lo stato d’animo del momento, ma la natura stessa di un’anima. La sua capacità di gentilezza. Di affetto. Di amore.

Accarezzare i capelli di una donna è, sotto un certo profilo, un atto ancora più intimo, ed erotico, del possederla. Perché è gesto che sembra potersi protrarre verso l’infinito. Non si consuma. Non tende a possedere. È un’anima che sfiora un’altra anima, con la leggerezza di una brezza.

Hawthorne dice che le carezze sono necessarie per gli esseri umani come le foglie per l’albero. Che se non riesce a buttare foglie, muore dalle radici.

Per comprendere le carezze, per accarezzare davvero, è necessario avere compreso che la tenerezza non è debolezza. È forza. Una forza incredibile che non necessita di venire esibita. Solo espressa nel silenzio di una penombra.


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