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Ho appena finito di scrivere un post sui “soliti” quattro lavoratori che ogni giorno muoiono per infortuni. Passare all’arte, a scrivere qualcosa sull’arte, porta per lo meno un po’ di sollievo.

Dipingo e scolpisco da ormai cinquant’anni. Il primo quadro è stato a diciotto anni; un vaso di fiori per una ragazza che mi piaceva. Ho continuato per tutta la vita. Parlare di arte è come parlare di sé stessi e del mondo che ti circonda.

Dare una definizione all’arte è come voler chiudere in uno spazio qualcosa che è impossibile fare. Dentro c’è tutto l’uomo, la scintilla che ha acceso quell’uomo o quella donna che, appena retti sulle gambe, hanno cominciato a osservare orizzonti lontani, per poi cercare di riprodurli con le mani: un fiore, un sasso colorato, una conchiglia: il bello della natura che entra in sintonia con il proprio io e cercare di riprodurlo per sé e per gli altri. Probabilmente sarà stato un giovane come lo ero io che voleva far colpo su qualcuno, o una donna che lega sassi e conchiglie per lo stesso motivo. Insomma, la ricerca del bello c’è da sempre tra gli umani.

L’arte, quella vera, non è mai banale, non è mai superficiale. Superficiali sono le opere create solo per il mercato. Dentro a un’opera, di qualsiasi tipo, ci deve essere quella scintilla che si è accesa in quegli antichi nostri progenitori. La trasmissione di quell’impulso primordiale lo conserviamo e lo passiamo da generazione in generazione.

Conosco bene la storia dell’arte, conosco le varie correnti, l’evoluzione e l’involuzione che ne corso dei millenni l’arte ha accompagnato l’uomo.

C’è chi cerca l’aria e la luce, chi vuole lasciare una testimonianza del suo tempo, come ho fatto io raccontando tutte le problematiche sociali.

Ma la nuova frontiera sarà l’arte che “guarisce”. Tanti anni fa mi ero accorto che alcune persone, quando facevo mostre mi dicevano che si sentivano meglio quando uscivano: avevo mal di testa e mi è passato. Mi è passato il mal di pancia. Oppure avevo male al braccio e ora non più. Mi chiedevo come mai. Ho pensato alla sindrome di Stendhal, ma se guradando un’opera d’arte provoca un malessere così forte, addirittura con ricoveri ospedalieri, perché non possono esserci effetti positivi anche sul piano fisico? Ho iniziato così, oltre vent’anni fa a creare opere specifiche per vedere se si potevano far interagire con l’osservatore.

Il primo esperimento al Museo Zavattini nel 1997: c’erano una cinquantina di persone: è stata un’esperienza incredibile, in tanti altri si sono alzati senza più dolori. Quell’opera “cavaliere pranico”, un autoritratto su un cavallo nero con colori particolari la volle il Museo e si trova ancora lì. I risultati sono sempre stati sorprendenti quando si guardano con determinati accorgimenti i quadri pranici http://pitturapranica.blogspot.it , ma è difficile far comprendere che l’arte, se vera, se adatta, in un contesto particolare può avere gli stessi effetti di un antidolorifico, o anche incidere su patologie piu importanti.

La Dottoressa Donatella Dammacco, medico di famiglia del bolognese con migliaia di pazienti, venne su a vedere la mia casa museo e, incuriosita, si sottopose nella stanza pranica all’esperimento che dura solo cinque minuti: soffriva di ernie. Il silenzio, il rapportarsi con l’opera, il togliersi di dosso ogni preoccupazione, liberare il cervello, questo è quello che bisogna fare. Anche lei, come tantissimi altri si sono alzati senza più dolori. Mi ha scritto meravigliata: non so come, non so perché, ma ha funzionato.

Ma è difficile anche per chi ha avuto effetti benefici di questo tipo (e sono centinaia) credere che si può star meglio solo guardando un quadro. La dottoressa non aveva più dolori.

I musei cambieranno; ci saranno sale apposite dove capolavori del passato saranno visti in altro modo. Sarà il silenzio, e la contemplazione a regnare e a dare benessere psicofisico: immaginate la primavera di Botticelli vista non nella calca, ma in una sala apposita, è un’opera pranica. Guarirà, si che si guarirà da tanti mali, anche fisici oltre che psicologici. Ma purtroppo i tempi devono ancora maturare.

Ho visitato numerosi musei, grandi opere che ti commuovono per la bellezza, ho avuto le lacrime agli occhi vedere La Pietà e Il Giudizio Universale, grandi capolavoro dell’arte universale, ma la stessa emozione, la stessa grandezza e bellezza dell’arte me l’ha data un piccolo oggetto che ho trovato camminando su un greto di un fiume.
Un capolavoro altrettanto bello: un’accettina votiva di giadeide di colore verde, non sapevo di cosa si trattasse, vedevo solo la perfezione di questo piccolo manufatto, la bellezza, ne intuivo il valore artistico. Poi proprio un amico torinese mi ha detto cos’era, un’accettina votiva che dotava l’oggetto di un’incredibile potenza.

Erano opere d’arte che l’uomo attraverso la perfezione voleva donare e riuscire ad entrare in sintonia col trascendente: comunicare col mistero della vita. Poche in Italia, ma diverse in Francia: l’arte era già universale nel neolitico. Ecco l’arte il meglio degli umani.


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