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Donatella Mascia, Di uomini e di animali, Stefano Termanini Editore, Genova 2019

La scrittura, per Donatella Mascia, nasce da un «impulso del cuore» ed è, in primis, un «divertimento» o, se vogliamo, un gioco: con le sue regole o, meglio ancora, con una logica tutta sua, che va rigorosamente assecondata. Benché i personaggi siano frutto di invenzione, non sono burattini alla mercé dell’autore, anzi vivono di vita propria, come ben sapeva Pirandello, che alla questione dedicò appunto uno dei suoi drammi più originali: Sei personaggi in cerca d’autore. La loro verità non va tradita, almeno se si vuole preservarne la credibilità.

È per questo che Donatella, nel dischiuderci la sua «officina» di scrittrice assimila la curatela dei suoi personaggi all’istituto dell’adozione. E non importa, al limite, che si tratti di uomini o di animali, poiché l’uso di personificare gli animali è antico quanto la letteratura. Si pensi alle favole di Esopo, di Fedro e di quanti altri, da Orazio a La Fontaine, dai fabliaux ai moderni cartoons, hanno accordato dignità di personaggi a quelli che, con corriva sprezzatura, sogliamo designare come bruti.
Fin qui, dunque, nulla di nuovo. Ma, a proposito di verità, noteremo qui, en passant, che la scrittrice ne è più di altri rispettosa, vuoi perché, oltre a prestare sensi e sentimenti umani agli animali, ne adotta spesso il punto di vista, per molti aspetti straniante, vuoi anche perché nei loro riguardi dimostra un interesse e una considerazione che sconfinano nell’amore. Senza distinzione, al punto che in questi racconti sfilano in ordine sparso gabbiani, formiche, gatti, cani, passeri, colombi…

Gli animali a loro modo pensano, giudicano, ragionano. Partecipano attivamente alla vita delle persone con le quali vengono a contatto: vedono e, talora, provvedono. Non di rado il loro intervento si rivela decisivo. Essi diventano insomma protagonisti, supplendo in tal modo all’irresolutezza degli uomini: che, per contro, sono spesso vittime della propria inadeguatezza o si appalesano goffi e sprovveduti, quando non anche subdoli e insinceri. In alcuni di questi racconti gli animali rivestono un ruolo di aiutanti, in altri addirittura di dei ex machina.
Certo, essi non parlano, ma, grazie all’uso del discorso indiretto libero che ha il compito di esplicitare i flussi di coscienza, la scrittrice riesce (e si diverte) a tradurre o a riprodurne verbalmente quello che passa loro per la testa, le emozioni, i desideri, le osservazioni. Il mondo cessa così di essere antropocentrico, con effetti talora spiazzanti.

L’ironia, del resto, è da sempre una costante dello stile di Donatella: un’ironia generalmente buona, che non disdegna esiti surreali e di fantasia, ma talvolta sa pure graffiare, lasciare il segno, soprattutto quando entrano in scena politici, docenti universitari, impiegati neghittosi o professionisti senza scrupoli, pronti a fare strame di ogni deontologia. Gli animali – come diceva Saba – sono sempre innocenti, non così gli uomini. Tra i quali, però, non mancano i buoni, gli altruisti, i generosi: ragion per cui prevale un ottimismo di fondo, con il conseguente lieto fine.
Donatella ha una dickensiana propensione per i reietti e i barboni, per chi è solo ed emarginato: per costoro gli animali sono a volte una compagnia, a volte perfino mezzani d’amore e d’amicizia. Anche per i diseredati e per i vinti dalla vita, per quanti avevano un lavoro, una casa e una famiglia e per casi che essi stessi tendono a rimuovere hanno tutto perduto, c’è sempre una possibilità di riscatto. Un’opportunità.

Sebbene non sia facile per loro risollevarsi dall’abiezione in cui sono precipitati e accettare l’aiuto altrui, per una sorta di pudore, per un malinteso residuo di dignità, se non per diffidenza. Essi aspirano solo a dimenticare, a dimenticarsi, perché la memoria per loro è una piaga aperta che sanguina. Di qui la tendenza a rimuovere il passato, sulla falsariga della Francesca da Rimini dantesca: «Nessun maggior dolore / che ricordarsi del tempo felice / nella miseria».
Da soli essi non riuscirebbero a redimersi, ma, per fortuna, le anime buone non mancano e con il loro intervento possono imprimere una svolta positiva alla storia. Perfino modificare un copione già scritto. Con reciproca gratificazione. L’umana compassione è l’unico rimedio alla solitudine, all’emarginazione e nasce, nella scrittrice, da un vivo senso della creaturalità, che potrebbe sembrare francescano, se non germinasse, più probabilmente, da un elementare, basico esistenzialismo, giacché condizione comune di uomini e di animali è quella di vivere nel tempo e di essere-per-la-morte.

Non è un caso che a permeare alcuni di questi racconti sia la malinconia proveniente dall’acuta percezione della deriva temporale; percezione che alimenta una sottile, inguaribile nostalgia e induce, nonostante tutto, a tornare mentalmente al passato, perfino a quello più tragico. O anche al ritorno tout court, al nostos che sospinge, per ragioni affettive o di gratitudine, a rivedere persone e luoghi che hanno lasciato un segno indelebile nell’anima.
L’amicizia, l’amore degli uomini e degli animali alleviano l’angoscia, aiutano a vivere. È questa la lezione che ci viene da questi racconti di varia misura, nonché dai bozzetti e dagli abbozzi che seguono, magari prendendo spunto da incipit di altri autori per procedere quindi autonomamente, in altra direzione, intrecciando realtà e fantasie, sogni e ricordi, riflessioni e scene di (mal)costume, in uno stile di vivace immediatezza, ricco di iterazioni verbali e in particolare di epanortosi, inteso comunque alla colloquialità e alla mimesi. Ma il piacere di raccontare (e di raccontarsi) fa aggio su ogni altra considerazione. Anche perché la scrittura addomestica la vita e ne incrementa le potenzialità. Come pensare, altrimenti, di poter comunicare telefonicamente con l’aldilà?


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