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Da alcuni mesi nelle sale cinematografiche italiane vengono proiettati al grande pubblico vari film di taglio storico che tentano di ricostruire momenti decisivi della storia scozzese-britannica, nonché di quella antica romana o dell’età moderna francese, con evidenti risvolti sulla più generale storia europea.

L’intento di ciascun prodotto è più o meno comprensibile, ma nell’insieme se ne ottiene una narrazione che propone una “verità” storica in parte discutibile.

Ovviamente, fuggiamo subito da qualsiasi intento “retroscenista” o peggio ancora “gombloddista”. I film usciti per pura coincidenza nello stesso periodo non hanno alcun legame/collegamento fra case produttrici, autori, registi, attori, etc. Resta però la curiosa concomitanza di due movie usciti quasi contemporaneamente a raccontare le vicende di due regine della dinastia Stuart: “Maria Regina di Scozia”, di Josie Rourke prodotto dalla Focus Features in cooperazione con la Working Title Films di Tim Beaven, con protagonista l’attrice irlandese Saoirse Ronan; “La Favorita”, diretto da Yorgos Lanthimos per la Scarlet Films e intrerpretato da Olivia Colman ed Emma Stone.

Il primo racconta le vicende della prima regina scozzese, che torna in patria a rivendicare la propria corona e persino quella dell’Inghilterra tenuta da Elisabetta I, sua parente diretta e senza discendenza per scelta.

La trama è credibile, proponendo una figura autoritaria, libertina e possente, che intende risollevare le sorti della propria dinastia e del paese natio, seppure muovendosi fra le trame di palazzo, le rivalità e gli interessi politici ed economici della nobiltà, e dovendo confrontarsi con la potenza inglese nel pieno del suo sviluppo sotto i Tudor.

Quello che non convince è il dialogo segreto (quindi non si può essere certi del contenuto…) che avviene tra le due regine in territorio neutro, che determina il fermo di Maria (e la sua futura decapitazione) e anche la successione degli Stuart al trono inglese. La “sfida fra regine” immaginata in quel frame è truce, nobile, vezzosa. Riproposizione in chiave moderna di una rivalità fra donne in carriera che appare però poco convincente.

Come non sono convincenti tutti i vari personaggi di colore o afrodisiaci inseriti nelle vicende, caricati persino di importantissimi ruoli politici o a corte. Per non parlare dell’omosessualità dilagante fra buona parte dei personaggi…

Una caratteristica che ritroviamo nella vicenda della Regina Anna, ultima degli Stuart a regnare sulla Gran Bretagna circa una secolo dopo (diretta discendente della Stuarda), che si sollazza in tarda età fra i piaceri delle sue due “favorite”: una addirittura moglie del più glorioso comandante inglese, Sir Marlborough, vincitore di Luigi XIV e poi scacciato dalla Corte inglese per aver rubato del denaro tramite la moglie, amica d’infanzia e amante ufficiale della regina, che viene infine scalzata da sua cugina, molto meno nobile e più determinata, che non perde tempo a infilarsi nel letto dell’anziana sovrana per strappare il ruolo di damigella personale.

Inutile dire che questa ricostruzione non convince e di nuovo appare un po’ troppo modernista, ma quello che proprio non è credibile è che le sorti della nazione inglese sembrino dipendere proprio dalla “sfida fra donne arrampicatrici” senza scrupoli, cui alla corte inglese è concesso praticamente tutto. Persino di far cadere un governo e decidere la sfera religiosità di appartenenza.

Già perché gli Stuart furono gli strenui difensori del cattolicesimo durante le “guerre di religione” che insanguinarono l’Europa fra XVI e XVII secolo, una posizione culminata con la decapitazione di Carlo I, che infine dovettero cedere al fronte del protestantesimo per passare la corona ad una dinastia tedesca (Hannover), pur di non avere altri cattolici sul trono.

Proprio la situazione religiosa animò l’epoca in cui è ambientato “Moschettieri del Re”, di Giovanni Veronesi, prodotto da Indiana Prod. e interpretato da diversi attori comici o drammatici italiani di rilievo: qui si dà risalto alla lotta fra cattolici e ugonotti, ma ci si schiera decisamente a favore di questi ultimi (sebbene i Moschettieri della regina non potessero che stare nel fronte cattolico…), facendo anche in questo caso un evidente errore di interpretazione culturale in chiave modernista.

Resta da vedere “Il primo re”, diretto da Matteo Rovere e prodotto da RAI Cinema, girato in proto latino, con attori principali Alessio Lapice (Romolo) e Alessandro Borghi (Remo), che racconta la storia dei due gemelli fondatori di Roma e del loro conflitto personale, culminato con l’omicidio di Remo che permette così a Romolo di fondare la città che darà vita a “un impero inimmaginabile”, secondo gli auruspici di una vestale.

A parte la scenografia e i dialoghi in latino antico, la trama appare poco credibile, cercando di interpretare un mito che sta alla base della nostra attuale civiltà sulla base degli umori di due fratelli in lotta per il potere sulla propria tribù, ma omettendo del tutto la loro origine divina (che però è fondamentale nel mito tradizionale che ancora oggi studiamo a scuola!) e dando al vincitore, Romolo, un’aurea di prescelto a fondare un impero multinazionale e quasi democratico ante litteram, quando invece la storia di Roma si fonda sulla netta distinzione fra le classi patrizie e i plebei e in seguito sulla superiorità dei cives romani rispetto a tutti gli altri popoli dominati, greci egizi ed ebrei inclusi.

Ma tant’è, il tentativo di delegittimare o discreditare il Mito fondativo della nostra civiltà è in atto da tempo, soprattutto sui canali RAI (Mieli docet), e la tendenza a narrare e romanzare la Storia è uno dei filoni letterari e cinematografici più profittevoli ormai da anni.

Resta da decidere se vogliamo farci un’idea della verità storica attraverso le ricostruzioni filmiche o leggendo testi autorevoli e magari persino originali…



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