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Se rileggiamo con attenzione le prime pagine della Bibbia, ci rendiamo conto che la creazione divina si fonda su una serie di separazioni: della luce dalla tenebra, delle acque di sopra dalle acque di sotto, del giorno dalla notte.

L’ordine – il cosmo – nasce dal caos in virtù di una separazione. Analogamente la civiltà occidentale, ma potremmo tranquillamente dire la civiltà tout court se la intendiamo come il passaggio dal non-umano all’umano, si fonda sul “principio della differenza”. Sull’idea di identità. Il confine è la forma dell’identità, la linea tra ciò che io sono e ciò che io non sono. Sotto questo aspetto il confine ha un ruolo di argine contro ogni omologazione nullificante. Contro il disordine che viene dall’esterno, contro il rischio (e l’orrore) dell’indifferenziato.

I confini sono dunque un presidio e l’assenza di confini non porta infinita libertà, ma infinita nullità: il mondo liquido, fuori dal contenitore che lo definisce e gli dà forma, invade tutto e s’appiattisce, disperdendosi.

Nondimeno la parola “confine”, dal latino cum-finis, indica già dall’etimologia qualcosa che separa ma al tempo stesso unisce. È un limite, ma anche una soglia. «La soglia», a dire Johann Drumbl «è il confine visto nella prospettiva dinamica del suo superamento, è il luogo della creatività». Il confine presume la diversità che sta al di là dell’area che esso delimita. La soglia è luogo di passaggi, lo spazio intermedio in cui la densità identitaria si fa più leggera e dove il tempo rallenta e permette di soffermarci e di riflettere sul nostro stesso essere, su quanto custodiamo e quanto ci dice e ci dona la prossimità dell’altro.

La soglia diventa allora «il luogo della sospensione, lo spazio nel quale attendere». Nell’idea ancipite di confine è dunque implicita, da sempre, la dialettica di chiusura e apertura, in quanto l’altro può essere tanto nemico quanto amico. Hostis e hospes hanno, in fondo, la stessa radice. L’etica stessa richiede distinzioni, confini e opposizioni: il dentro/bene contro il fuori/male. Non ha senso parlare di libertà di scelta senza stabilire un “non oltre” e un “non si può fare”. Senza limiti, senza stabilire divieti, non può esistere responsabilità e senza responsabilità non possono esistere rispetto e dignità. Senza limiti e responsabilità, quindi senza regole, non può esistere libertà. L’anarchia può essere un concetto affascinante, ma all’atto pratico si tramuta nella dittatura del più forte. Non dimentichiamo che il muro più famoso dell’Occidente, quello di Berlino, ebbe le sue radici e la sua ragion d’essere in una ideologia che predicava l’internazionalizzazione e l’eguaglianza sovranazionale. E il muro esterno, nella sua fisica evidenza, era poi l’immagine di un muro interno: della negazione della dialettica e del confronto.

Questa lunga premessa intende sgombrare il campo dagli equivoci. In natura certamente i confini non esistono, ma esistono nella storia e variano con il suo variare. Non hanno valore assoluto, ma rispondono all’esigenza umana di delimitare i territori su cui insistono le varie comunità: per difendersi e per difendere le loro diverse identità, i loro diversi progetti di vita. Le mura di Sparta erano i suoi cittadini, nel senso che ognuno di essi incarnava una certa idea di ordine e di governo che, pur non essendo l’unica possibile, era quella in cui credevano, quella che condividevano. Non è detto che fosse la migliore in assoluto, ma era quella che ritenevano più congeniale. Cosi è, se vi pare, diceva Pirandello. La verità è una vana pretesa. Chi vuole chiudere i porti ha le sue ragioni, così come chi li vuole aperti. Il tema è di una complessità tale che non si presta a semplificazioni, a visioni in bianco e nero. E non è giusto accusare di cinismo o di indifferenza quanti si oppongono all’immigrazione incontrollata o quanti rifiutano di omologarsi al politically correct. Se esiste la xenofobia, esiste anche l’oicofobia.

Vogliamo dire che non è facile trattare un argomento come quello che ha ispirato Stefano Vitale senza indulgere a pietismi di maniera e senza cedere al ricatto dei buoni sentimenti. Anche perché – come ha ben dimostrato Beppe Mariano nei suoi Attraversamenti. Poesie 2011-2017 (Novara 2018) – le vittime non sono necessariamente buone, e nemmeno sempre innocenti, proprio come non è innocente Edipo. Non è un caso che, per redimere la vicenda da ogni tentazione di epidermica emozionalità, Mariano la traguardi attraverso un filtro mitico, evitando così ogni discriminazione frettolosa tra buoni e cattivi. Vitale procede diversamente: già in limine, nella lirica Chiudere i porti, insiste anaforicamente a denunciare, con enfasi lessicale di stampo espressionistico, l’ignominia “salviniana”: «Chiudere i porti e lasciar riposare / le nere coscienze marce di rabbia / merce di scambio di triste rancore / mentre grasse risate bruciano l’aria / nelle sudice piazze deragliate ragioni. // Chiudere i porti per non incontrare / l’orrore di occhi naufraghi in mare / di corpi salvati piagati dal sole / stremati da guerre monete sonanti / del nostro silenzio di barbari stolti».

L’indignazione è senz’altro sincera e vibra nell’annominatio “marce-merce”, nell’aggettivazione squalificante, nelle rime (anche interne) che martellano i versi.

Ma si veda anche L’impostura del presente: «Escono dalla loro tana / neuroni affamati / nel frastuono che scuote / le stanze del presente / impazienti affannati / stringendosi attorno / al miele del Nulla / poveri contro poveri / sul greto dei sassi verdi di muffa / strisciano sbavano urlano / vele nere senza ritorno / s’apre una crepa madre d’abisso / distratta ragione rito rancore / rosario padrone che morde / baleno d’abbaglio senza figura / promessa profana pura impostura». Si notino qui, in particolare, la climax costituita dal triplice asindeto verbale, il gioco delle allitterazioni accentuato dall’analogico affollarsi dei sostantivi “ragione-rito-rancore-rosario”, dall’ingorgarsi delle rime e dall’echeggiare delle assonanze. Non si discute qui la perizia metrica e nemmeno la sapienza prosodica. Vitale non improvvisa ed ha ottimi, illustri referenti: non ultimo Paul Celan, da cui riprende lo scabro e sintetico metaforeggiare.

Ma le leggi della politica non sono quelle della morale: lo diceva già Machiavelli, lo ribadì Croce, che dell’agire politico sottolineava anzi il carattere intimamente tragico, in quanto vi domina incontrastato «il principio vitale dell’utile».

Quando Vitale scrive: «La Natura non sta ferma / sempre muta si trasforma / ombra che si disfa in / altra ombra, luce che s’innerva / in nuova luce / e noi dietro ad inseguire / in questo labirinto di muri / a strapiombo sul niente / ma è questo macinare / questa smania di cucire e ritoccare / la natura delle cose che solleva / e c’incatena all’infinito movimento», coglie un aspetto drammatico della realtà, che è dinamica, in perpetuo divenire. Non c’è stasi, non c’è stabilità: tutto è metamorfosi, flusso inarrestabile, écoulement, a cominciare dal tempo, che invano tentiamo di misurare, senza avvederci che il tempo è dentro di noi e noi siamo nel tempo. «La vita non conclude» diceva Pirandello, ma l’uomo non riesce ad adeguarsi impunemente al πάντα ῥεῖ eracliteo, in quanto per vivere indige di un ubi consistam, di «un punto fermo», di una forma. E torniamo così all’eterno, dialettico conflitto pirandelliano tra vita e forma, tra élan vital e bisogno d’identità. Nel vano e reiterato sforzo di sottrarsi alla deriva, al naufragio schopenhaueriano che incombe su tutto e su tutti.

Il sogno di Vitangelo Moscarda – ché sogno rimane – è quello di essere, di sentirsi «albero, nuvola»: lo stesso di Vitale, che in una delle sue prove migliori si chiede: «Perché non essere / come le nuvole? / Poter cambiare forma / luce, colore e direzione / nel disordine del vento / imparare il controcanto / segreto delle cose / viste da lontano / scolpite nel marmo dell’istante / senza altre distrazioni / ruotare a vuoto su se stessi». Ognuno di noi è piccolo, fugace, quasi inconsistente, rispetto al cielo che lo sovrasta, alle nuvole che scorrono placide sotto il sole. E comprendere – con Leopardi – «che tutto al mondo passa / e quasi orma non lascia» può anche dispensare un momentaneo antidoto all’angoscia. Secondo l’insegnamento dei mistici, perdersi è necessario per salvarsi. Ma questa salvezza implica la rinuncia ad essere se stessi, il naufragio, appunto, nel mare dell’indistinto. Che può in effetti avere una sua dolcezza, ma comporta l’annullamento dell’io, la perdita del nome, dell’identità (che, per quanto angusta e provvisoria, ci definisce). Come nel Meriggio dannunziano: «In tutto io vivo / tacito come la Morte».

Viene anche da pensare a L’étranger baudelairiano: «Dimmi, chi ami di più, tu, uomo enigmatico? Tuo padre, tua sorella o tuo fratello? / Non ho padre, né madre, né sorella o fratello. / I tuoi amici? / Usi una parola il cui significato mi è ancora sconosciuto. / La tua patria? / Ignoro quale sia la sua latitudine / La bellezza? / L’amerei volentieri, dea immortale. / Ma allora cos’ami, straniero straordinario? / Amo le nuvole… le nuvole che passano… laggiù… laggiù… le meravigliose nuvole!» Ecco – come suggerisce Vittorio Bo nella sua prefazione alla silloge di Vitale -, «il pensiero dell’essere come le nuvole, con la libertà di pensare di poter cambiare tutto: forma, luce, colore», s’addice forse ai bambini, che si sentono onnipotenti.

Ma, come ben sanno gli psicologi (basta leggere Asha Phillips, I no che aiutano a crescere) dietro il “delirio di onnipotenza” dei bambini si cela spesso un disperato bisogno di confini chiari: la mancanza di “de-limitazione” ai loro spazi (soprattutto emotivi) a lungo andare riesce loro intollerabile e necessita di essere “con-tenuta” ed arginata. Non crediamo che i bambini godano di particolari privilegi, di innata sapienza, come, sulla scia di una corposa tradizione, suppone Vitale: «Solo i bambini conoscono il vero / passaggio che porta oltre quel nero / ombra che trema nel bianco di luce / alba straniera d’una parola dolce / sulla punta della lingua danza / l’azzurro canto della cura».

Ci pare una (falsa) idea romantica. In realtà il bambino è fondamentalmente egocentrico, non sa distinguere tra la realtà della sua vita e i desideri delle altre persone. Solo col tempo e con l’educazione potrà superare questo scoglio, rendersi conto dei propri limiti. E della complessità del reale, che non si può schematicamente ridurre a un mero gioco di luci e di ombre, giacchè in esso vige un instabile equilibrio, in cui bene e male, ragioni e torti, s’intrecciano e si confondono. Spesso inestricabilmente. Confini mobili, sfuggenti: tanto necessari quanto improbabili. Così che spesso diventa arduo dire dove finisca il riparo e dove cominci la prigione. Se, comunque, ci affacciamo alla finestra e guardiamo al «disordine del mondo», al «triste teatro» che si dispiega davanti a noi, l’angoscia ci prende alla gola e, davanti ai naufragi per nulla metaforici che fanno del Mare Nostrum un cimitero marino, ci assale un oscuro senso di colpa: lo stesso che Primo Levi avvertiva nei «salvati» di fronte alla tragedia dei «sommersi». Che fare, allora? Aprire i porti all’accoglienza? Ma è la vera soluzione del problema o non piuttosto un diversivo, un rinvio? Un modo sbrigativo di sgravarsi la coscienza? Se non si vuole che la pietas si riduca a un frisson momentaneo, bisogna interrogarsi a fondo sul fenomeno, evitando, se possibile, ogni scorciatoia, ogni giudizio manicheo. Ci si accorgerà allora che il confine non è di per sé un ostacolo decisivo, così come non è un rimedio risolutivo la chiusura dei porti. Il primo è una convenzione, che – come abbiamo visto – ha una sua funzione, un suo valore; la seconda è una episodica misura politica, una forma di pressione per indurre l’Europa a collaborare, a farsi carico in solidum della spinosa questione.

Vitale stesso, d’altronde, pur partendo o traendo spunto dall’attualità, finisce poi per allargare la riflessione alla umana condizione: allora il confine diventa metafora o simbolo degli ostacoli e degli impedimenti e, in particolare, dei pregiudizi e della pigrizia mentale che rendono inautentica la vita. Di qui l’esigenza di oltrepassarli per uscire dai soffocanti labirinti che c’imprigionano, per dare aria e respiro ai nostri giorni. Ogni ristagno è rischio di morte o, se non altro, d’impoverimento interiore, una resa all’abitudine e ai luoghi comuni. C’è in Vitale una perenne tensione a evadere, a uscire dall’hortus conclusus dell’io, dal cerchio vizioso della ripetitività, vuoi perché – come ci ha insegnato Bergson – la ripetizione uccide la vita, vuoi perché si rivela grottesca e ottusa nella sua meccanicità. Varcare la soglia, aprirsi all’imprevisto, a nuovi incontri e a inedite esperienze è dunque un esercizio salutare: ci rinvigorisce, ci arricchisce, ci illumina. Che cos’altro è, in fondo, l’avventura della poesia se non un continuo sconfinamento, un ungarettiano tuffo «nel buio della lingua» alla ricerca di qualche «inesauribile segreto»? L’utopia poetica sposta di continuo i confini più in là, in un «viaggio verticale» o in un «volo d’airone disteso nel grigio / senza rimorsi», che ricorda un celebre passo montaliano: «sotto l’azzurro fitto / del cielo qualche uccello di mare se ne va; / né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto: / “più in là”!» Quest’ansia sembra trovare apaisement nell’ossimoro nicciano dell’eterno ritorno dell’identico, qui esemplato (Ciaccona) da quel «limpido cristallo» (oraziano ricordo?) che «è l’acqua della fonte / giusta ricompensa / della nostra sete / da sempre per sempre attesa / nel suo infinito ritornare».

L’aspirazione umana a dare un senso al mondo e alla vita è una vana fatica di Sisifo, nondimeno è sull’arenile di continuo insidiato dalle onde e dalle maree che le civiltà hanno costruito i loro castelli di sabbia, è lì che hanno scritto nei millenni i loro messaggi. Ebbene di essi molto è andato perduto, ma qualcosa è rimasto: qualcosa che non è certo la verità, il segreto ultimo delle cose, destinato a restare inafferrabile. Del resto Vitale se ne rivela perfettamente consapevole, se è vero che in Alfabeto muto, che possiamo leggere come una dichiarazione di poetica, giunge a proclamare – con anaforica sottolineatura – l’inadeguatezza della parola, se pure aspiri alla quadratura del cerchio: «Cerchiamo la parola esatta, àncora / che viene dal bene / che ci afferri come un destino. // Cerchiamo la parola esatta, luce / nella piega delle labbra / nel gesto lieve delle dita. // Cerchiamo la parola esatta, argine / che ci renda lo splendore del silenzio / senza vergogna né rassegnazione. // Ma quel che abbiamo è / un alfabeto muto / passo senza cognizione / pieno d’errori / distrazioni, omissioni». È la consueta lotta con l’angelo dell’ineffabilità, la stessa che, da Dante a Montale, pone il poeta di fronte ai limiti invalicabili del linguaggio: un confine instabile anche questo, che Vitale tenta di oltrepassare in vario modo, ricorrendo ora a cortocircuiti metaforici (di surrealistica potenza), ora a sinestetici deragliamenti, nel tentativo di «spingere la notte più in là». Di approssimarsi, per quanto possibile, con pazienza, alla verità, spogliandola, se non altro, di qualcuno dei veli che nascondono «lo splendore del [suo] silenzio».

Non c’è altra via: «La chiave è nella Parola / suono che resta accanto / colore della pazienza / distesa sul paesaggio delle ore / passione e destino senza nome». Così nell’explicit. La parola poetica dà talora voce, con simpatetica adesione, a brani musicali e si presta a sua volta ad evocare colori ed immagini che, nelle illustrazioni di Albertina Bollati, compongono un suggestivo contrappunto alla silloge: tanto più persuasivo quanto meno condizionato da ispidi risentimenti.

Stefano Vitale, Incerto confine, Savigliano 2019


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