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Quarant’anni: una vita. È l’intervallo che separa la giovinezza, florida di sogni e di speranze, dall’età adulta che – per dirla con Vittorio Gassman – ha ormai “un grande avvenire dietro le spalle”.

Nel clima spensierato della Belle Époque, che inneggiava al Progresso e inopinatamente, al ritmo del valzer e del can-can, si avviava, come il Titanic, verso la catastrofe, ad Alessandria si formò un sodalizio amicale di artisti, letterati e notabili che riversava in un quaderno – detto “Penna d’Oca” – scherzosi e scapigliati ghiribizzi all’insegna della goliardia.

Erano anni di grande fervore creativo: i futuristi da un lato e i crepuscolari dall’altro, meno in antitesi di quel che si pensa comunemente (come dimostrano i casi di Govoni e di Palazzeschi), contribuirono a svecchiare la cultura italiana, abbattendo «il convenzionalismo, il bello ripetuto, mangiato e vomitato, da infinite generazioni vigliacche» e «ricacciando nella notte donde erano venuti gli ingombri antichi, pasto schifoso di tanti dissotterratori di morti» (Duilio Remondino).

In nome del futuro e della modernità, contro ogni passatismo e contro ogni «sentimentalismo morboso», ma anche sgombrando il campo da ogni tentazione magniloquente, all’insegna delle «buone cose di pessimo gusto». Se il futurismo aggrediva frontalmente, con guascona spavalderia, l’arte e la letteratura del passato, i crepuscolari ne corrodevano le basi in sordina, ora facendo ironicamente «cozzare l’aulico con il prosaico», ora spogliando l’artista e il poeta di ogni aura e di ogni aureola.

È su questo comune terreno – di ripudio e di ribellione – che s’innesta la vena goliardica e bohèmienne della “Penna d’Oca” alessandrina.

Di essa purtroppo non ci resta nulla, se non il ricordo nostalgico di chi, allora nel fiore degli anni, ne fu influenzato e stimolato a dare il meglio di sé. Al punto che, quando, alle soglie della seconda guerra mondiale, tanti di quegli “oconi” (per dire i collaboratori di quel cenacolo) erano ormai “spariti”, qualcuno sentì il bisogno di riprenderne la lezione e di raccogliere in un altro quaderno – quello di cui qui parliamo – i toni irriverenti e scanzonati, fino alla scurrilità.

Sono Duilio Remondino, di Quarto d’Asti, e il suo quasi coetaneo Giulio Adamo Sacchi, torinese della classe 1880 trapiantato ad Alessandria, i reduci di quella lontana avventura. Ambedue appassionati di arte e di letteratura, futurista sui generis il primo, pittore e poeta (di vena intimistica, tra Scapigliatura e Crepuscolarismo) il secondo, essi trovano nell’atelier del cavaliere Luigi Costa, in via Vochieri, l’ideale luogo d’incontro e lì hanno modo di sbizzarrirsi, insieme ad altri avventori più occasionali, in una serie di facezie, per lo più in versi estemporanei, in epigrammi o filastrocche di sapore prettamente goliardico, che affidano al quaderno testé rinvenuto da Alberto Ballerino, il quale lo ha pubblicato con una bella introduzione e con l’aggiunta, in appendice, di due testi fondamentali di Duilio Remondino: Il futurismo non può essere nazionalista (1914) e l’articolo dedicato all’Esposizione futurista a Torino (1922).

Nessuno dei tre è alessandrino di nascita (Costa è di Mantova), ma da loro l’arte alessandrina tra le due guerre trarrà ampio giovamento e suggestioni vitali. Anche vitalistiche, se pensiamo al fervore rivoluzionario che, sia pure all’insegna della bohème, li caratterizzò. In particolare il futurismo declinato, con lucida coerenza, in chiave antinazionalistica, per non dire comunista, da Remondino. Che del gruppo è un po’ l’ispiratore e, insieme con l’amico Sacchi, il regista. Con la morte di Sacchi l’esperienza della “Penna d’Oca” si chiude. Ma ormai, con la Liberazione, comincia per tutti un’altra storia.

Il quaderno si presenta in forma di diario a più mani e si nutre di provocazioni e di considerazioni spicciole che, a catena, si prolungano in una sorta di divertissement da cui sembra bandito ogni proposito serio, ogni riferimento all’attualità politico-sociale. Fors’anche per non attirarsi le ire o le reprimende delle autorità fasciste. In una sorta di preventiva autocensura.

Il richiamo ai trascorsi goliardici della giovinezza non è casuale e non è solo indotto da un empito di nostalgia – che può tutt’al più valere per i “reduci”, ma non certo per i più giovani artisti e intellettuali che li assecondano -: c’è proprio una volontà di smemorarsi e quasi di esorcizzare nello scherzo e nel gioco una realtà incombente sempre più tragica.

Si pensi a versi come questi di Remondino, che sviluppano, ad eco, una strofetta – questa sì nostalgica – del Sacchi: «Nei bei dì di giovinezza / che scrivevi per po…rcheria / il mastin per sua salvezza / decantò la poesia / or che viene a voi vecchiezza / ritorniam per quella via / E affoghiamo nell’ebrezza / con barbera e malvasia / la incombente tetralgia».

Dove è evidente che la “tetralgia” non è solo quella dell’età (ormai avanzata), bensì quella dell’epoca. È proprio il funzionario della Provincia Marchetti ad evocare, poco prima, in un suo intervento, i censori – che, dietro paravento carducciano, manda «ad appestare» – e preconizza un futuro o, meglio, «un periodo di luce di tante cose buone e belle», in cui la “Penna d’Oca” «che è rimasta addormentata si risveglierà».

Frattanto la “Penna d’Oca”, in attesa di tempi migliori, si provava a rinverdire i fasti della Scapigliatura, di cui riprendeva, anzi accentuava, l’irriverenza verbale, sacrificandone i propositi ribellistici. Ecco dunque emergere da essa – come ben dice Ballerino – «l’affresco di una comunità realizzato con il pennello della goliardia e del gioco».

Come del resto attestano i soprannomi o gli pseudonimi che i personaggi adottano: Remondino è “Can Mastino” o “Mostro 2”; Sacchi è “Gran Padre Adamo” o “Mostro 1” o, per acronimo, Gas; Costa è “Gran Faccia” o “Pompamagna”…

È di conseguenza inutile pretendere di ricavarne più di quel che il quaderno offre: la testimonianza di una amicizia, di un luogo d’incontri fra sodali e, magari, di un atteggiamento frondistico che, per il momento, si esprimeva in lazzi o motteggi affatto innocui. Oltre che in una comune fede nell’arte e nella poesia, viste come ultima spiaggia.

Non va quindi sopravvalutato.

Tra i nomi che s’incontrano ci sono Lorenzo Carrà, Giovanni Patrone, Gustavo Rossi, Luciana Regalzi, Lorenzo Laiolo («sgaientato pittore sopraffino»), il mantovano Aldo Oppici, i decoratori Atzori e Frascarolo, il fotografo Antonio Peracchio, il «raffinato critico d’arte» Riccardo Scaglia… Altri nomi di artisti sono evocati o menzionati.

Ma l’anima del sodalizio – si diceva – è Duilio Remondino, che non fu solo deputato nelle file dei socialisti (per poi convergere sul Partito Comunista d’Italia), ma ebbe anche un ruolo di rilievo nel cosiddetto “futurismo di sinistra”.

Ebbene, dai due articoli qui ripubblicati in appendice, emerge chiaramente la distanza che lo separa dal futurismo marinettiano, nazionalistico e guerrafondaio.

Anche «il nazionalismo guerraiolo» sa «di naftalina»; «anche la guerra è vecchia, stravecchia, marcia e schifosa».

Se il futurismo vuol davvero tagliare i ponti con un passato fatto di forche e di ghigliottine, non può limitare la sua rivoluzione al mondo dell’arte e della letteratura: deve investire pure gli assetti sociali, nazionali, politici.

La libertà che esso propugna non può essere confinata all’Italia, ma deve estendersi all’universo, perché ormai «nulla è locale, nazionale, definito, circoscritto, pettegolo, nulla è legato da quel falso sentimento patrio che sprona gli uomini a sbranarsi come lupi».

E pazienza, poi, se la rivoluzione non sarà né pacifica né indolore: «Se sarà necessaria una selezione civile, avvenga; e sia l’ultimo carnevale rosso prima del grande sole».

Il fine – questo fine – giustifica i mezzi. È il solito paradosso dei rivoluzionari di professione, i quali si illudono, così, di mettere un punto definitivo alla storia, che credono di manovrare a loro libito, senza accorgersi di essere soltanto delle mosche cocchiere.

Alberto Ballerino (a cura di), Penna d’Oca 1940-1945. Diario di artisti e intellettuali alessandrini, Edizioni Falsopiano, Alessandria 2018


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