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Man mano che procede l’autunno, si cominciano a vedere le nebbie. Che poi, da quando vivo a Roma, sono al massimo un po’ di foschia. Che va ad offuscare le famose ottobrate della capitale.

Le nebbie, quelle vere, me le sono lasciate alle spalle, lassù nella Pianura Padana. E se devo essere sincero, mi mancano. Sembrerà strano, patologico forse, ma quando si avvicina Novembre, sento la mancanza della nebbia. Di quella vera, densa coltre grigia che ovatta ogni cosa, spegne non solo i colori, ma anche i suoni.

E ti porta in una dimensione sospesa, come nella stupenda scena dell’Amarcord felliniano, il vecchio nonno avvolto nel tabarro che vaga nella nebbia. E si chiede se la morte sia cosa simile, e commenta che, allora, non è mica una cosa bella. Forse Fellini non ne era consapevole, ma quella scena, sotto traccia, rivela una reminiscenza dantesca. Il Limbo, il luogo di color che son sospesi. Luogo di nebbie, appunto.

E i luoghi delle nebbie ritornano, costanti, nei miti e nelle leggende. In quelli nordici, dove il Nibelheim è la terra delle nebbie e dei giganti. Una terra intermedia tra Asgard, dimora degli dei, e Mittgard, il mondo degli uomini. Uno dei mondi alternativi, sospesi ai rami del grande frassino Ygddrasill, che hanno ispirato la moderna letteratura fantasy, ed in particolare quella originalissima rivisitazione delle saghe nordiche che è Il Signore degli Anelli..

Forse perché percepita come velo che cela allo sguaro ordinario esseri e cose immani – i Giganti, appunto – la nebbia ha a che fare con il mistero. Anzi diviene spesso lo scenario privilegiato di storie misteriose.

Impensabili i classici dello Sherlock Holmes senza la nebbia. Una Londra vittoriana perennemente avvolta dalla brume, come nelle vicende reali di Jack lo Squartatore che con i personaggi ideati da Conan Doyle finisce, inevitabilmente, per confondersi. Provocando continui trasbordi dell’immaginazione dalla realtà alla fantasia, sino a renderle quasi indistinguibili. Sino a far divenire reali i personaggi immaginari, e trasferire nella letteratura il Mostro di Londra.

Potenza magica della nebbia, che ritroviamo nell’incubo del Mastino dei Baskerville, dove il razionalista Doyle sembra, anche se solo per un attimo, indulgere a quell’irrazionale gusto dell’orrore che nutre l’immaginario del suo (quasi) contemporaneo Bram Stoker. Il cui Dracula è, a ben vedere, sostanziato di atmosfere nebbiose.

La nebbia rappresenta l’ignoto. O meglio ancora, forse, l’altro volto, quello sconosciuto, di ciò che, ordinariamente, consideriamo come noto. Miguel de Unamuno ha intitolato “Nebbia” il suo romanzo più inquietante. Quello dove affonda lo sguardo nel mistero della personalità. Nella sua evanescenza. Nel suo essere illusione effimera, parte di una recita a soggetto. Della gran pupazzata, per dirla con Pirandello. Che Unamuno considerava un hermano. Un fratello.

Pascoli definisce la nebbia impalpabile e scialba. E dice che nasconde le cose lontane. Una miopia che ci riconduce al famoso, e abusato, Viandante su un mare di nebbia, di Caspar David Friedrich. Che contempla le nebbie distese ai suoi piedi e sembra quasi pronto a immergersi in quell’ignoto. Quasi un’evocazione, anzi una profezia dello Zarathustra di Nietzsche.

La nebbia, certo, è sempre umida. Ed in genere fredda. Ti entra nelle ossa e ti lascia a lungo intirizzito. Tuttavia, se osi affrontarla, se ti abitui e vi convivi, ha una sua bellezza scontrosa. Un suo fascino cupo.

Ti permette di sognare. E fa emergere dal sogno le tue paure ancestrali.
Costringendoti a misurati con te stesso.

Ed è bello, per qualche momento, fantasticare di trovarsi in una incognita Terra di Mezzo, a caccia di draghi e giganti. E di poter vedere apparire fra le nebbie il volto della Signora del Lago.


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