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Qui fa freddo. Sta piovendo“, mi dice al telefono. Qui no, c’è ancora uno scampolo di sole. In certe ore una qualche memoria dell’estate.

Ma ilvento è già quasi freddo nella sera, e comincia a portare con sé le prime foglie secche. Presto diventeranno vere e proprie nubi, ché i rami sono ormai rossi e dorati. Il verde è quasi sparito.

Autunno. Con qualche giorno d’anticipo sul calendario. Una stagione particolare, perché è una strana sintesi di dolcezza e malinconia. I suoi colori ed i suoi profumi presentano una varietà ed un’intensità’ che non ha pari nelle altre stagioni. Più monotone, più monocrome.

Il profumo dell’uva e del mosto, quello della marmellata di fichi… Poi verranno i cachi a rendere i rami spogli carichi di sfere dorate. E le castagne.

La vegetazione, prima di cadere nel sonno di morte invernale, conosce un infiammarsi di colori, toni, sfumatura abbaglianti. Per comprenderlo si deve andare a passeggiare per i sentieri del Carso. Allora si afferra il senso di molta poesia di Saba e, soprattutto, del piccolo capolavoro di Scipio Slataper. “Il mio Carso” appunto.

Le Tre Venezie, come si usava chiamarle un tempo, sono regioni autunnali. Che esprimono più delle altre la bellezza di questa stagione. Le foschie che velano il cielo, le prime nebbie. I paesaggi. E poi la struttura stessa delle città. Che rappresenta la loro anima. Trieste, con i larghi viali ove si affacciano palazzi e memorie asburgiche. L’arco alpino, che evoca l’immaginario fiabesco ed inquieto del miglior Buzzati. Quello di Barnabò e del Segreto del bosco vecchio. E ancora, Padova, col succedersi di strette vie ombrose che ricordano il passato medioevale, e grandi piazze pervase dalla luce. Con i Colli Euganei cari al Foscolo dell’Ortis. E dove Byron trovò l’ambiente che meglio rifletteva la sua malinconia.

E Venezia, soprattutto. La Città dell’autunno. Che ritorna nell’Allegoria, il frammento di poema incompiuto di D’annunzio. E, ancor più prepotentemente, nelle pagine de “Il fuoco”, di cui è sfondo e sostanza narrativa.

Perché il poeta associa Venezia, l’autunno e il fuoco della passione, creativa ed erotica, del protagonista, Stelio Effrena. Passione e creatività tanto più intense proprio perché.. autunnali.

È lo stesso sentimento di fondo che ritroviamo in “Sonata d’autunno” di Ramon della Valle Inclan. Terzo volume delle cosiddette Memorie del Marchese de Brandomin, partigiano dei Carlisti di Navarra e, soprattutto, impenitente seduttore. Un libertino, una moderna metamorfosi di don Giovanni che nelle due prime “stagioni” – le “Sonate” di Primavera ed Estate – si comporta senza scrupolo alcuno, manifestando una sensualità gelida e financo cinica. Ma in Autunno, il personaggio assume sfumature diverse. La sua sensualità viene contaminata dal sentimento. Scopre una forma diversa, e più alta, della passione.

Se le stagioni, tutte, sono metafora della vita e ne rappresentano le fasi, l’autunno non è il declino. Semmai è una stagione in cui è possibile percepire sfumature alle quali prima si era ciechi. Godere di piaceri più sottili, ma non per questo meno intensi. È la pienezza della maturità, la consapevolezza del significato autentico delle emozioni. Basta non avere paura. E non rattristarsi se fuori piove e fa freddo. Anche in quello vi è bellezza. Una bellezza più intensa di quella dell’estate.


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