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Il 4 Novembre del 1928, dopo tre anni di lavori, nell’anniversario del decennale della vittoria della Prima Guerra Mondiale, veniva inaugurata in Piazza Adriana a Roma, alla presenza del capo del governo il Cavalier Benito Mussolini, la Casa Madre del Mutilato, attuale sede dell’ANMIG

(Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi di Guerra), anche se occorrerà attendere il 1936 per vedere l’ultimazione definitiva dell’edificio con l’ampliamento dell’ultimo corpo di fabbrica edificato verso il lungotevere.

L’edificio si presenta incuneato tra la Mole Adriana e il Palazzo di Giustizia: assume in pianta una forma triangolare con un vertice privo della punta verso Piazza Cavour; vertice mancante ma che di fatto è una scansione caratterizzata dalle gradonate di accesso all’ingresso principale, dal quale, osservandolo, si percepisce da subito la monumentalità e la marzialità di ciò che in esso è contenuto e conservato. Un grande portale in stile classico occupa la quasi totalità del prospetto, arrivando ad abbracciare anche le finestre del secondo piano. A coronamento, è inserita una fascia continua sullo spazio del terzo piano, che forma un tutt’uno con la cornice terminale accentuando la percezione di forza, di robustezza, di solidità e di solennità.

A favorire questo senso di equilibrio e di ordine, oltre alla proporzioni e alla simmetria sono i materiali lapidei utilizzati: la pavimentazione esterna dell’ingresso è realizzata in Granito Sardo a finitura fiammata, mentre le superfici di facciata sono rivestite di Travertino di Villanova e conci regolari di Tufo con finitura scapezzata, tali da creare un sapiente effetto chiaroscurale. Sovrasta l’ingresso la scritta “A DEO ET PATRIA NOSCIMUR” ovvero “nasciamo per Dio e per la Patria”.

Complessivamente la parte esterna dell’edificio si presenta come una solida fortezza, con tanto di “torrioni” e “camminamenti” superiori e parte del basamento stesso inclinato come le fortezze quattrocentesche, e se esprime un senso austero, nello stesso tempo fa intendere che in se racchiude sensazionali testimonianze storiche realizzate dai maggiori artisti italiani del Novecento Italiano.

Il progetto è dell’architetto Marcello Piacentini, Accademico d’Italia, e della sua mano se ne percepiscono tutte le sfumature in tutti i dettagli costruttivi e nella eleganza degli accostamenti stilistici e materici. Piacentini realizza un progetto meraviglioso, dove mescola e fonde senza soluzione di continuità, con incredibile sapienza professionale, lo stile romanico con lo stile classico, la tipologia costruttiva delle fortezze quattrocentesche con la torre campanaria puramente razionalista, accosta le vetrate dell’abside che contengono lastre di onice alabastrino di chiara matrice medioevale a porte bronzee che ricordano le porte bronzee della Basilica di San Zeno di Verona. Vi è insomma, la più ampia rappresentazione della storia dell’arte italiana sapientemente miscelata, al pari di quanto riesce a fare nell’accostamento dei materiali lapidei.

L’edificio fu fortemente voluto da Carlo Delcroix, Presidente dell’Associazione Nazionale Mutiliati ed Invalidi di Guerra. Delcroix, gravemente ferito agli arti, al corpo e al volto durante la Grande Guerra, fu tra i sostenitori della costruzione dell’edificio, partecipandovi anche dal punto di vista economico, al pari di quanto fecero i reduci e gli invalidi di guerra con le sottoscrizioni.

Una volta varcato l’ingresso, si accede al vestibolo, rivestito verticalmente con conci di Arenaria bicolore, il pavimento è realizzato in lastre di Granito Sardo lucido e Porfido rosso. Gli scalini hanno le pedate di Diorite e le alzate di Breccia della Versilia. Lateralmente, sui due lati, su due parallelepipedi di Marmo Bianco della Versilia si elevano le due sculture di Marmo Bianco “P” dello scultore Adolfo Wildt raffiguranti i due martiri Paolucci di Calboli e Giordani. Superato il vestibolo si accede nell’atrio ed alla scala a tenaglia che conduce al salone delle assemblee e al piano superiore. L’accesso al salone è chiuso da una porta di bronzo a due ante, opera del Prini, la quale, come le porte delle grandi cattedrali d’Italia, è divisa in grandi scomparti che contengono pannelli in cui si illustra la passione del fante; negli scomparti maggiori sono rappresentati gli episodi generici e fondamentali della guerra, nei minori quelli più intimi.

Sulla parete dell’atrio, sopra le porte bronzee inserito in una nicchia trova posto il San Sebastiano marmoreo dello scultore carrarese Arturo Dazzi, sopra il quale spiccano le tre spade in bronzo con corona di spine, emblema dell’Associazione. Il corrimano della scala è realizzato da elementi a massello di Marmo nero di Dublino assemblati con elementi decorativi bronzei, mentre il rivestimento delle pareti è di Marmo Bardiglio scuro. Due grandi colonne cilindriche di Marmo Rouge Languedoc con capitello di Marmo Botticino svolgono la funzione di lampioni, sormontati in origine da lampade bronzee oggi private di alcuni elementi. Le parti superiori sono caratterizzate dal rivestimento in laterizio a forma regolare, posato a ricorsi quadrati e da nicchie e lunette contenenti all’interno lastre di Breccia Violetta della Versilia. Spiccano i candelabri di vetro soffiato ad effetto spugnato di Murano su base bronzea.

Una volta varcata le porte bronzee si accede al salone delle assemblea, lo spazio principale dell’edificio; è il cuore architettonico dello stabile e si sviluppa al primo piano della Casa Madre. Presenta quattro grandi arcate affrescate da Antonio Giuseppe Santagata: le prime tre rappresentano i momenti della guerra (La Partenza, L’Assalto, Il Ritorno), la quarta – la vela centrale – rappresenta L’Offerta della Casa Madre alla Vittoria. Qui, lungo un fregio, il Prini ha scolpito nella viva pietra varie teste di soldati in vari atteggiamenti realistici ed espressivi. Al di sopra delle pareti rivestite di tufo sono stati voltati quattro archi a botte, dello spessore dei bracci della croce greca, i quali sostengono la volta a vela della cupola, traforata a losanghe degradanti con nervature sottilissime, mentre in ogni losanga è incastonata una vetrata opalescente a punta di diamante.

Il risultato d’insieme che ne deriva è stupefacente: la cupola con le vetrate contenenti sottili lastre di onice alabastrino ci porta con la mente alla chiesa ravennate e alle finestre delle chiese medioevali. A pavimento, troviamo il Porfido rosso, il Serpentino verde e la Diorite.

Una volta raggiunto il piano superiore, si accede alla Cappella della Casa Madre del Mutilato, la quale si presenta con una pianta rettangolare con ampie finestre in vetro opalescente. Come in un solenne tempio, si trovano porte bronzee con epigrafi in rilievo, mentre sull’altare è collocata la “Pietà” dello scultore Romano Romanelli realizzata nel 1924, l’acquasantiera di Prini e due tele di Carlo Socrate appese alla parete. Dopo la Cappella, il cosiddetto “parlamentino”, ovvero la sala dove si riuniscono ancora oggi i membri del consiglio e la direzione dell’associazione. Qui sono i legni preziosi come l’ebano, il noce, il mogano a farla da padrone negli imbotti dei rivestimenti e della boiserie sulla quale spiccano i clipei degli eroi della Grande Guerra in una serie di finestre ottiche costituite da tarsie disegnate da Edoardo De Neri. Al centro del soffitto, una grande lampada di vetro colorato soffiato di Venini illumina la stanza.

Per ultimo, ma non ultimo, si raggiunge il Sacrario, che conserva gli affreschi di Mario Sironi, riscoperti solo alcuni decenni fa in quanto tenuti coperti dalla fine della guerra per mano dei cultori dell’invidia e dell’inferiorità. Sironi esalta l’Impero e la figura di Mussolini attraverso due monumenti pittorici equestri: “Il Duce a cavallo” e “Il Re Vittorio Emanuele III a cavallo”. Sono opere dai colori estremamente ferrei e terreni frutto del pennello di un pittore per cui persino Pablo Picasso, dopo il suo viaggio in Italia nel 1917, ebbe a dire di Sironi: “Avete un grande artista, forse il più grande del momento e non ve ne rendete conto”.

Oggi l’edificio è sostanzialmente diviso in due parti e diverse funzioni: oltre ad essere ancora oggi attuale sede dell’ANIMG, una parte è sede della Procura Generale della Repubblica di Roma. Qui si accede solo dopo aver ottenuto uno speciale permesso, ed è qui che si concentrano i cinquecento metri quadri di affreschi di due grandissimi artisti dell’epoca, entrambi ex combattenti e reduci (anche loro rimasti entrambe feriti in trincea) della Grande Guerra: Antonio Giuseppe Santagata ed Efisio Oppo. Entrambi dipingono con la tecnica ad affresco in uso nel Rinascimento, le guerre e le battaglie dell’Italia post unitaria sino alla Guerra di Spagna. Entrambi affrescano le pareti dei portici della Corte delle Vittorie tra il 1936 ed il 1938.

Esempio unico in Italia, il ciclo degli affreschi di Santagata (chiamato il Giotto del Novecento), fermano e celebrano attraverso scene di vita in trincea, le vittorie ottenute dal Regio Esercito nelle quattro battaglie del Piave, di Vittorio Veneto, di Gorizia e della Bainsizza. Son raffigurate le battaglie, le direttrici delle avenzate e degli spostamenti, sono evidenziate le città, le montagne, i fiumi. Efisio Oppo al contrario, descrive le battaglie per la conquista dell’ Eritrea, dela Libia e delle isole dell’Egeo, la Battaglia di Gorizia e della Bainsizza, la guerra in Etiopia per la conquista dell’impero, ed infine la guerra di Spagna. La dovizia dei particolari e dei dettagli degli affreschi di entrambe gli artisti è sconvolgente, il dettaglio della “Guernica” spagnola che Oppo dipinge nell’affresco che raffigura l’intervento italiano in terra di Spagna in aiuto a Franco contro il bolscevismo è impressionante: egli raffigura con dettagli minuziosi ciò che gli anarchici e i bolscevichi fecero all’interno delle chiese quando devastarono e distrussero i paramenti sacri, le statue e le immagini sacre.

Sia Oppo che Santagata scelsero la tecnica dell’affresco affinché durasse nel tempo, proponendo soluzioni e stili della tradizione italiana dal Rinascimento al Barocco nelle tante citazioni utilizzate unite ad iconografie in pieno stile Novecento, ripercorrendo quindi la storia della più nobile pittura murale italiana.

Sotto i portici, disposti su alti basamenti di Travertino di Tivoli in corrispondenza dei pilastri erano originariamente esposti i busti marmorei degli uomini illustri che hanno combattuto e che hanno fatto la storia dell’Italia del Novecento (ne cito solo alcuni): Delcroix, Paolo Tahon De Revel, Nazario Sauro, Cesarte Battisti, Francesco Baracca, Gabriele D’Annunzio, De Bono, Diaz, Cadorna, Italo Balbo, Vittorio Emanuele III, Benito Mussolini (rimasto intatto) e il busto di Badoglio, l’ unico rovinato da colpi di martello. Oggi questi busti marmorei sono “conservati” a terra nella stanza del Sacrario e nell’antisala. Anche in questo caso, la mano della vanagloria colpì nel dopoguerra: i nomi incisi suui basamenti di Travertino vennero maldestramente ricoperti da un velo di malta cementizia.

Ma è visitando questo edificio, osservandone l’architettura, i rivestimenti lapidei, i materiali utilizzati, osservando i dipinti e gli affreschi, le opere scultoree custodite, e nel complesso la totalità del manufatto, che si evince quanto forte e sentito fu l’amor di Patria, il senso dello Stato, il desiderio e la volontà di volere da un lato ricordare gli Eroi che si immolarono nel nome dell’Italia, molti dei quali – giovanissimi – portarono i segni e le cicatrici sui loro corpi per tutta la vita, ma soprattutto, ciò che stupisce, e deve far riflettere con serenità d’animo, è come e con quale perizia, lavorarono tutti insieme all’unisono professionisti ed artisti realizzando un autentico capolavoro, una vera fortezza non solo della nostra storia patria, ma una autentica fortezza capace di riunire e conservare architettura, pittura e scultura – quindi cultura – come mai dal dopoguerra in poi l’Italia è stata capace di realizzare. Un architettura ed un arte, quella del periodo fascista, che molte persone e soggetti dovrebbero conoscere, studiare, analizzare e vedere dal vivo, prima di sputare sentenze prive di costrutto, solo perché imbibiti dal becero odio politico. Avrebbero molto da imparare, specie nell’epoca volgare in cui viviamo dove imperano l’ignoranza, il pressappochismo, i blogger e le influencer.

La cultura è l’arma più forte.


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