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Scusi prof.“, è di nuovo la glaucopide bruna. Alta e magra. Troppo magra, penso…
Ma perché D’annunzio dice Voi non mi amate, ed io non v’amo? Che senso ha?“.

Già, La Passeggiata. Il Poema Paradisiaco. Il D’annunzio più decisamente estetizzante e preraffaelita. La donna cui è dedicata – Maria Gravina, se non ricordo male, ma potrei sbagliarmi, sono tante, sapete… – sembra balzare fuori da un quadro di Dante Gabriel Rossetti. O meglio ancora di Waterhouse. E così l’ambiente circostante. Un giardino. Un Ortus Conclusus. Un giardino chiuso…

Che, a sta Gravina la portava a fratte prof.?” i coatti, ottimi e numerosi, sono sempre in agguato…

Probabilmente. D’annunzio, in questo campo non s’è fatto mancare nulla. E ce ne avrebbe da insegnarvi… (Ghigni e risate)… Ma l’Ortus Conclusus è simbolico. Simbolo antico. Viene dal Roman de la Rose, che è però solo un tramite. Sul fondo l’immagine dell’Eden biblico e anche del Giardino delle Esperidi. Quello da cui Eracle doveva trafugare le mele d’oro…

Si, ok. Ma che c’entra con sto voi non mi amate eccetera…?
C’entra. Perché il giardino chiuso è simbolo dell’amore. E della Donna. Infatti: voi per me, Signora, siete come un giardino chiuso…

Rappresenta il mistero insito nella femminilità. Perché l’essenza della Donna è mistero. Per noi uomini. Per questo ci attraggono tanto..

E per questo ce volemo entra’ dentro a sto giardino!” Risata generale, ora. Ogni classe ha (almeno) un Boro. Sembra inevitabile.
Si, D’annunzio, come dici tu, nel giardino chiuso vuole penetrare.. Adesso me la sono voluta. Si sbellicano letteralmente. E il Boro poi inscena una specie di danza dietro al banco. Però ho la loro attenzione. Applicazione, un po’ insolita, della variatio retorica…

Però penetrare nel giardino, cogliere la Mela d’oro, è impresa ardua. Implica un lungo, estenuante assedio. Un assedio tessuto con immagini. Parole. Sempre più insinuanti. Sempre più avvolgenti. A poco a poco, il poeta si avvicina alla Donna. Al suo mistero., come vi dicevo. La conquista sembra vicina, a portata di mano…

E daje de mano…!“.
Faccio finta di nulla e continuo, imperterrito.
Poi, subitanea, si allontana. Il testo è come una danza. Momenti malinconici – siete mai stata convalescente in un aprile un po’ velato? – ed altri di inesprimibile intensità. I medusei capelli. La ciocca rossa come il fuoco…

Ma alla fine, prof ., er D’annunzio, ce riesce con questa?“.
Si, se pensiamo alla vicenda biografica, ci è riuscito, per usare le tue parole. Ma non è questo che conta. E che gli interessava davvero.
Mi guardano straniti.

Vedete, il vero piacere non consiste nella… consumazione. Ma nell’attesa. Come dice Ovidio nell’Ars Amatoria, che è uno dei riferimenti di D’annunzio. L’attesa che permette di affinare il desiderio, di farne, da pulsione biologica, luce sublime. Di spalancare le porte del Giardino interiore, e cogliere i suoi frutti d’oro.

Per questo voi non mi amate ed io non v’amo. Perché tutto viene differito, trasferito ad un livello superiore. Dove amore e piacere non sono quelli ordinari. Ma altro. Un altro intraducibile in parole..

È calato il silenzio. A volte ci riesco ancora. Poi…
Ma lei prof., una donna così, una storia così con una donna ce l’ha mai avuta?” gli occhi chiari mi fissano. Ironici.

Sorrido imbarazzato… Poi la campanella, per fortuna…


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