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Approda al Teatro Carignano, e sarà in cartellone sino al 10 febbraio, “Ragazzi di vita”, la creazione corale diretta ed interpretata da Massimo Popolizio, tratta dal celebre romanzo pasoliniano, per la drammaturgia dello scrittore Emanuele Trevi.

Alvaro, Ricetto, il Begalone, Agnolo, sono loro quei “ragazzi di vita” narrati con grande maestria ed umanità da Pierpaolo Pasolini nel feroce romanzo composto nel 1955.

I ragazzi di vita – spiega Massimo Popolizio – lottano con la quotidianità. La loro vitalità infelice è il leitmotiv dell’opera, che consiste, appunto, nella mancanza di felicità. Costituiscono un gruppo, una squadra, un branco di anime perdute.”

Nato nel 2016, a quarant’anni dalla tragica scomparsa del suo autore, “Ragazzi di vita“, per la regia di Massimo Popolizio, primo adattamento in assoluto del romanzo per il palcoscenico, ha attirato molti spettatori entusiasti. Su di un palco spoglio che ben riproduce il degrado e la povertà delle periferie, Popolizio intreccia le storie dei giovani borgatari, che colpirono Pasolini all’arrivo a Roma dal nativo Friuli nel 1950.

Con le loro vite fatte di espedienti, di qualche soldo e di passatempi per ammazzare la noia, i “ragazzi di vita” costituiscono l’affresco della povertà morale e materiale degli ultimi e degli emarginati, alla vigilia di un boom che, per Pasolini, diventa portatore di un benessere materiale privo di innocenza, come lo è, secondo l’autore friulano, anche l’ipocrisia della classe borghese italiana.

L’allestimento di Massimo Popolizio conduce lo spettatore all’interno delle giornate dei giovani sottoproletari, nella loro furiosa e struggente lotta con la quotidianità, in una totale mancanza di felicità. In “Ragazzi di vitaemerge l’approccio neorealista di Pasolini, che fotografa un sottoproletariato affamato di denaro, pane e vita, la miseria dei reietti e dei condannati, includendo anche fenomeni tipici dell’epoca a lui contemporanea, quali l’analfabetismo, lo squallore delle periferie, l’ignoranza e la cultura materialista.

Ragazzi di vita” fu il primo dei romanzi pasoliniani, un lavoro capace di esprimere una duplice crudezza. Ad una narrazione redatta totalmente in dialetto romanesco si aggiungeva il soggetto, rappresentato da un gruppo di ragazzi di strada abbandonati dai loro genitori ad una vita fatta di ricettazione, raccolta e spaccio del ferro rinvenuto nelle discariche, ed altre ruberie. Il romanzo sconvolge, così, come il suo adattamento teatrale, per l’intensità delle vicende volutamente ridotte a banale routine.


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