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Provate ad immaginare una scenetta del genere: un programma televisivo, un conduttore che fa qualche domanda e un ospite che parla a ruota libera

L’ospite, proprio perché privo di vincoli, può dire quello che gli pare: non è un esame universitario e neppure un interrogatorio.

Insomma, nessuno, nemmeno il pirla più pirla che Dio abbia messo in terra, riuscirebbe a portare il discorso sui propri limiti, sulla propria inadeguatezza: magari scantonerebbe, magari tirerebbe in ballo argomenti astrusi, ma mai e poi mai si infilerebbe in un cul de sac autoprodotto. A meno che fosse veramente un ghiozzo considerevole.

Ebbene, Paolo Gentiloni, il lodatissimo e felpatissimo Presidente del Consiglio dell’Italia post-crepuscolare, il politico indicato da un sacco di nomi blasonati come il più abile e degno timoniere del Paese in caso di stallo elettorale, c’è riuscito. E l’ha fatto alla grande.

Intervistato da Floris a “Di martedì”, in un’atmosfera irreale col conduttore in attitudine zerbinesca e con un pubblico che, all’accendersi dell’apposita lampadina, applaudirebbe anche i peti di una mula, Gentiloni si è, per così dire, calato le braghe in pubblico, dimostrando la sua reale profondità. Che ha il nome di ignoranza crassa.

Perché, dopo settant’anni tondi tondi dalla promulgazione della Costituzione più amata ed ignorata dagli Italiani, il Nostro non ha ancora capito che l’Italia è una Repubblica parlamentare e non presidenziale, come invece ha asserito senza nemmeno un plissé. Va da sé che l’imbalsamato Floris abbia continuato a sorridere col suo solito rictus cadaverico e che nessuno abbia mostrato di cogliere l’immane bestialità, ma non si tratta di errore da poco, di questioncina di nessun conto.

Si dà il caso che l’ingovernabilità italica affondi le sue radici proprio in una Costituzione esageratamente parlamentarista, nata dal timore dei governi forti, dopo la bella esperienza del fascismo, e capillarmente pattuita tra due partiti, la DC e il PCI, che si guardavano in cagnesco. Colpisce il fatto che Gentiloni abbia definito l’Italia una Repubblica presidenziale, soprattutto perché il predetto ricopre da decenni incarichi istituzionali e, come scrive Trilussa, anche la maniglia di una porta, a furia di adoperarla, si dovrebbe pulire.

Invece, Gentiloni, dopo tutto questo tempo, non ha ancora capito di trovarsi in Italia

ha governato e fatto il ministro con la lucidità di un sonnambulo, convinto di essere negli Stati Uniti, in Uganda, in Brasile o, vattelapesca, in Corea del Sud, che sono, appunto, repubbliche presidenziali, con o senza primo ministro.

Immaginate la mia delusione: avevo sperato che la politica avesse sfornato, tra tante ciambelle sbilenche, finalmente una ciambella col buco. Invece, anche Gentiloni va ad unirsi all’esercito dei cioccolatai che sbagliano i congiuntivi e che confondono il canale di Sicilia con Canale 5. E, ripensando al fatto che è stato lui a trattare la liberazione delle due vispeterese catturate dagli islamisti e che ci sono costate una dozzina di milioni, forse forse, avrei dovuto immaginarlo.


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