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Talvolta ci si sveglia arrabbiati con l’universo mondo. Così, senza una ragione precisa, almeno in apparenza. Probabilmente è colpa del, fantomatico, subconscio.

Rimugina nelle profondità, ed improvvisamente emerge come collera. Portando di colpo alla luce tutto quello che non volevamo vedere. Di noi stessi e degli altri. Dei nostri “vicini”. Di coloro che, per una ragione o per un’altra, ci stanno più a cuore.

Seneca ci dice che è sbagliato. Che l’ira è turbamento dell’anima. Ci sconvolge, ci fa perdere il lucido distacco dalle cose e dalle emozioni che è il fine del saggio.

Ma Seneca era, a modo molto suo, un seguace dello Stoicismo. Una scuola che si esprime sì in greco, ma che ha origini, radici molto… orientali.

Aristotele la pensava diversamente. E Seneca lo sapeva bene, tant’è che il suo De Ira è tutto un confronto con lo Stagirita. Ma Seneca resta Seneca. E Aristotele è Aristotele. Ovvero “il Maestro di color che sanno” come dice Dante. Il fondamento, con Platone, della nostra civiltà. Con i suoi pregi ed anche i suoi difetti, certo. Ma noi veniamo da lì, ed atteggiarsi yogin atarattici e contemplativi rischia di essere un autoinganno.

Dunque Aristotele dice che, in determinate circostanze, la collera è non solo sacrosanta, ma doverosa. Verso se stessi. Utile a farci vedere la realtà con più chiarezza. Ed una fondamentale spinta all’azione.

Chiaro che non può essere furia cieca, né tantomeno sbalzo umorale da bipolari. E non deve essere semplicemente assecondare una natura più collerica di un’altra. Ma la collera lucida diviene strumento di discernimento. Di intelligenza delle cose.

La collera di Fra’ Cristoforo di fronte al sopruso di don Rodrigo è giusta, e non lede la santità del personaggio. Anzi, incute timore al prepotente. Rivelando per un attimo come anche la collera venga da Dio. Un Dio un po’ vecchiotestamentario….Un Dio antico.

Gli Dei antichi conoscevano la collera. E le davano sfogo. I fulmini di Zeus. E l’Iliade, il poema cardine della nostra civiltà, è il canto dell’ira. Leggetelo in confronto con la Bhaghavad Gita, i consigli di Krishna, travestito da auriga, ad Arjuna l’eroe guerriero. E comprenderete la differenza fra Oriente ed Occidente.

Nel mondo, in questo mondo, a soffrire sono sempre quelli che pensano. Che riflettono sulle sensazioni e e le emozioni. Che hanno una capacità di amare, di provare affetto. Quelli che, invece, si muovono solo per soddisfare i loro appetiti, che prendono e non danno, quelli non soffrono. E neppure si adirano davvero. Al massimo hanno esplosioni rabbiose. Perché non provano emozioni, solo pulsioni. Che sono altra cosa. Il mondo, diceva il mio antico mentore Mohammed Zakarya al Bundinghi, è popolato da due speci: quelli che vengono ingannati, e quelli che ingannano. Usava espressioni più icastiche, qui irripetibili. Ma il significato era questo. Bene, la collera serve agli ingannati, agli sfruttati, a coloro dei cui sentimenti e della cui dignità ci si fa beffe. La collera è il suono del risveglio. È il segno che si sta, finalmente, accettando la realtà per quella che è. E che vuoi agire per cambiarla. Quanto meno per quello che è in tuo potere.

Ce lo assicura Aristotele che la sapeva lunga. E, nel mio piccolo, me lo ricorda anche la lezione di quel vecchio sufi veneziano. Con buona pace di Seneca.


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