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Il declino dell’estate è, come d’uso, contrassegnato dai concorsi di bellezza da spiaggia. Una pletora di eventi locali volti a risvegliare un po’ di vita e attenzione in località di villeggiatura ormai sonnacchiose.

Eventi che, fino a non molto tempo fa , culminavano nella grande kermesse di Miss Italia, ormai derubricata a trasmissione televisiva di terza fascia. Perché i concorsi di bellezza hanno ormai perso rilievo, soffocati dal trash imperante delle varie Miss Maglietta Bagnata, giunte dalla California, o peggio dall’orgia anarcoide dei Rave Party.

Un tempo era altra cosa. Avevano una loro vivacità e, in qualche caso, persino eleganza. E le ragazze che sfilavano, più o meno belle, in genere rifuggivano dalla sguaiataggine odierna. Erano carine. Graziose. Composte nei movimenti. Poi, naturalmente, la più bella, quella bella davvero, arrivava al massimo terza, le prime due essendo cugine o nipoti di qualche membro della giuria. Storie di un’Italia di provincia ormai evaporata.

Comunque quei concorsi avevano in sé , senza esserne coscienti, qualcosa di più di un momentaneo diletto per vacanzieri. L’idea di bellezza. O meglio che vi siano dei canoni di bellezza oggettivi.

Idea che risale, anche questa, all’antica Grecia. Dove, di fatto , furono elaborati tutti i parametri della nostra cultura.

Iniziarono con l’estetica del corpo maschile. I famosi Kuroi che trovano il loro apice nel Doriforo di Policleto, esmpio perfetto del canone. Poi passarono al corpo della donna. Passaggio lento ed arduo, perché la proporzione femminile era più difficile da determinare, con il seno, i fianchi che evocavano il mistero della maternità, rispetto a quello virile. Che doveva rappresentare soprattutto la forza armonica del dio o dell’eroe.

Vi riuscirono prima l’elegante Prassitele, poi il ben più drammatico Skopas. Ed aprirono, così, la strada ad una lunghissima teoria di artisti . E per ovvia connessione di poeti. Tutti protesi alla ricerca della bellezza femminile ideale. Ricerca che è poi, l’essenza della nostra storia culturale .

Certo, nella fuga irrefrenabile degli anni, per dirla con Orazio, l’estetica femminile è sovente mutata. Dalla linea morbida e sensuale delle curve della Venere di Milo alla perfezione incantata di quella del Botticelli. Dagli opulenti nudi di Tiziano, all’eterea carnalità delle bellezze celtiche dai rossi capelli dipinte da Waterhouse. Sino all’erotismo evanescente di Boldini e a quello surreale del Dalì dei ritratti di Gala. Metamorfosi sovente anche radicali delle forme e dei modelli. Che potrebbero avvalorare la tesi di chi sostiene non esista canone alcuno. Che non è bello ciò che è bello. Ma solo ciò che piace. Il relativismo estetico oggi imperante.

Eppure…
Eppure è possibile intravvedere, come in controluce, una continuità sottile che collega tutte queste immagini. Che lega fra loro la Calypso cantata da Omero, la petrarchesca Laura, l’Ippolita Sanzio di D’annunzio, e persino le conturbanti eroine uscite dalla matita di Milo Manara. L’idea che la bellezza non risieda in un seno più o meno prosperoso o in gambe più o meno slanciate, bensì in un’armonia occulta, in una luce che circonda la figura femminile. Una luce da cui la figura emerge, con apparenze diverse, transitorie e soggette al tempo, certo.. Tuttavia la luce resta la stessa. È lì che sta l’idea di bellezza. È quello il centro del canone.

Quando si ammira una donna autenticamente bella si resta come abbagliati. Mio desiderio di luce” dice Catullo. Si coglie la sua luce infatti sia che la si incontri casualmente per strada, sia che di appaia, magicamente in una notte di luna al suono della musica.

Bene, senza saperlo, anche quelle elezioni di Miss Bibione, Miss Jesolo, o Miss Sette Lidi degli allegri e leggeri anni ’80 altro non erano che la ricerca di quella luce dietro ai passi incerti ed ai sorrisi delle giovani concorrenti.

Oggi, dietro alle magliette bagnate vi è solo l’apologia della quantità. L’esaltazione delle pulsioni. E, spesso, la vetrina pubblicitaria di maestri della chirurgia plastica.


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