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Nell’effimero è possibile cogliere la bellezza. Una piuma candida trasportata dal vento in un mattino di sole. Una foglia , ingiallita e già quasi accartocciata, che il vento trasporta in lente volute sull’asfalto umido per l’ultima pioggia. Sono emozioni estetiche.

Certo, vi è una bellezza che appare perenne, fuori dal tempo. Immutabile. La Venere di Botticelli. La Nike di Samotracia… Tuttavia vi è anche la bellezza dell’effimero. Che appare e, subitanea, dispare. L’attimo. Colto al volo. Forse voleva dire proprio questo Marinetti quando, nel suo primo Manifesto, affermò che un’auto da corsa lanciata a tutta velocità è più bella della stessa Nike.

E poi anche la Venere. La sua bellezza non è, tanto, nelle forme, pur perfette. È in quegli occhi. O meglio in quello sguardo, in quel velo di malinconia che il grande pittore colse, forse, per un attimo solo, in Simonetta Cattaneo…

Perché la vera bellezza è questo. Nell’arte, come nella Donna.. Che poi, sotto un certo profilo, sono la stessa cosa.

Cogliere un particolare che subito dispare. Il lampo di un sorriso. Una ciocca di capelli appena mossa dal vento. Il movimento di una mano.

Alla fine torno sempre, inevitabilmente, a Goethe. Al Faust. Il mito moderno per eccellenza. Che è il paradigma non di ciò che siamo, ma di ciò che saremmo dovuti diventare. O meglio, di ciò che dobbiamo cercare di essere.

Fermare l’attimo. Trovare l’eternità nell’effimero.
Ciò che è fugace, racchiude il più profondo dei misteri. Il saluto di Beatrice è solo un momento. Eppure schiude a Dante le porte del Paradiso.

Il nostro è, per eccellenza, il mondo della velocità. Dell’inconsistente. Dell’effimero. Ma proprio per questo dobbiamo imparare a coglierne la bellezza. Che è la porta dell’eterno.
I maestri tibetani insegnavano a disegnare stupendi mandala con grani di sabbia dei più diversi colori. Dei veri capolavori. Ma appena completati, li distruggevano. Insegna l’impermanenza delle cose, certo. Ma ancor di più a cogliere la perfetta bellezza in ciò che è, per sua natura, transitorio. Effimero.

Trovare l’essere nell’estremo divenire, se vogliamo. Conciliare l’insanabile frattura che risale a Parmenide ed Eraclito.

O, per tornare con i piedi per terra, afferrare quel lampo, quel riflesso di Luna negli occhi di una Donna. E sapere, subitaneamente, che conta molto di più di una lunga storia…


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