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Un libro letto molti anni fa. “La nobiltà della sconfitta” di Ian Morris. Non un orientalista di professione. Piuttosto un occidentale innamorato della cultura giapponese. E una penna straordinaria.

Il suo capolavoro, certo, resta “Nella città del Principe Splendente“. Storia, e divagazione, sul Periodo Heian, l’epoca classica, se così vogliamo chiamarla, di quella civiltà. Usando come guida il capolavoro di Murasaki Shikobu. Come se noi usassimo Dante per leggere il trecento. L’epoca di Giotto, Simone Martini, Arnolfo di Cambio… Solo che Murasaki era una donna. Una Dama di corte. Perché gli uomini, allora, scrivevano in cinese, disprezzando la lingua nazionale. E così la letteratura classica giapponese è stata scritta da donne.

La nobiltà della sconfitta” è una raccolta di storie. Storie di sconfitte e sconfitti, appunto. Che però, nella peculiare tradizione giapponese, brillano più dei vincitori. Come Musashi, ricordato come esempio di perfetto samurai, il più grande maestro di spada. Che a Sekighara, dove si decise la sorte del Giappone, era dalla parte perdente. Con Ishida. Contro il grande Ieyasu, il fondatore dell’era Tokugawa.

La narrazione di Morris, la sua meditazione sull’etica, e la bellezza, della sconfitta, mi affascinò. Contrastava decisamente con il mito del “vincente” che domina la nostra cultura occidentale. Per non parlare di noi italiani, che abbiamo, purtroppo, fatto del correre in soccorso del vincitore una sorta di stile nazionale.

Gli sconfitti, gli sconfitti con onore mi sono sempre stati… simpatici . Lo ammetto. Ho sempre visto in loro una eleganza, una dignità, una coerenza che li rende, ai miei occhi, sovente superiori, sotto il profilo morale, ai vincitori. A coloro che, poi, scrivono la storia, a loro modo. Condannando quasi sempre i vinti ad una sorta di damnatio memoriae.

Da ragazzo, al cinema, appassionato di Western, ero portato a tifare, letteralmente, per gli “indiani” contro i cow boys. E per i Sudisti contro i Nordisti. Anni dopo lessi “Il massacro dei cavalieri grigi” di Shelby Foothe. La battaglia di Shiloo, quando la cavalleria confederata di Boregarde si immolo’ in una carica disperata contro le giacche blu di Grant. Battaglia che probabilmente rovesciò le sorti della Guerra Civile. E della storia mondiale. Una sconfitta cocente per il Sud. Ma quanta bellezza in quel gesto! Coraggio, senso dell’onore, orgoglio…

La stessa bellezza che ho ritrovato nella carica dei cavalieri berberi contro le mitragliatrici tedesche ne “Il vento e il leone”, il capolavoro di John Milius, con uno straordinario Sean Connery. Nella mia memoria, paradigma di tutte le cariche degli sconfitti, del Bel Gesto, del saper andare senza paura, con decisione etica ed estetica, incontro al proprio destino.

Gli sconfitti non sono i vinti. Non subiscono le sorti di un destino (più o meno) cinico e baro, per dirla con il vecchio Giuseppe Saragat.
Sono, all’opposto, coloro che contro tale destino, tale sconfitta che sanno inevitabile, lottano con tutte le loro forze. E sino all’ultimo respiro. Finendo per amarlo, quel destino. Percependone la bellezza, appunto.

Perché, come disse Ezra Pound, non occorre sperare per intraprendere, né riuscire per osare. E lui, autentico lottatore contro il suo tempo, orgogliosamente sconfitto dal destino e dalla cosiddetta storia, lo sapeva bene.


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