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È dunque questo ciò che chiamano vocazione: la cosa che fai con gioia, come se avessi il fuoco nel cuore e il diavolo in corpo?

Questa è la storia di una donna eccezionale e di un’artista fuori dal comune. Una donna forte e fiera, che dalla miseria più assoluta si è alzata in piedi ed è risalita, fino a raggiungere le stelle.

Una showgirl che ha fatto della sua arte un veicolo per i diritti civili. Josephine Baker è ancora oggi un’ispirazione per molte donne e molte artiste, e dovrebbe esserlo ancor di più per tutto quello che ha fatto in difesa della libertà e dell’uguaglianza.

3 giugno 1906: Josephine Baker (Freda Josephine McDonald) nasce a Saint Louis, in Missouri dalla lavandaia Carrie McDonald e dal batterista del vaudeville Eddie Carson.

Josephine McDonald dovette fin da piccolissima confrontarsi con le difficoltà della vita. Portò il cognome di sua madre, Carrie McDonald, poiché suo padre le abbandonò un anno dopo la sua nascita. Forse fu per la ferita mai rimarginata che mamma Carrie scoraggiò sempre i sogni artistici che nella piccola Freda si manifestarono già in tenera età, anche se durante il primo anno di vita, la bimba respirò l’aria del backstage, dal momento che Carrie ed Eddie avevano insieme un act di musica e danza e non potevano permettersi una babysitter.

L’infanzia di Freda fu caratterizzata da malnutrizione e stracci di seconda mano.
La piccola cantava agli angoli delle strade per pochi centesimi, e si guadagnava da vivere esibendosi a cappella e raccogliendo lattine dall’immondizia.

A otto anni iniziò a lavorare come ragazza alla pari nelle case dei bianchi di St. Louis, ma quando fu severamente punita per aver messo troppo sapone nel bucato (la padrona di casa le bruciò una mano) se ne andò.

Era giovanissima, ma già molto intelligente: fin da subito nella sua mente furono chiari i concetti di ingiustizia e discriminazione razziale.
In queste esibizioni di strada, ai passanti piaceva e i centesimi si tramutarono ben presto in quarti di dollaro e qualcuno la notò.

A quindici anni ottenne la sua prima scrittura in un vaudeville: il St. Luis Chorus, da lì ai tour il passo fu breve, il Plantation Club a New York City, le riviste di Broadway Shuffle Along e The Chocolate Dandies. Era la ballerina di fila più pagata nel vaudeville, nonostante non riuscisse a ricordare le coreografie. Si esibiva nell’encore, una posizione riservata agli artisti di colore: facce buffe e numeri di destrezza, ma eseguiti con forti elementi comici (celeberrime le sue espressioni facciali).

Le “Black Face Comedies” erano proprio ciò che sua madre disapprovava e il divario fra le due si faceva sempre più incolmabile. Per questo non ci fu nulla che fece voltare indietro Josephine Baker quando le fu chiesto di andare ad esibirsi a Parigi.

I rapporti con sua madre iniziavano a logorarsi irrimediabilmente : la relazione fra le due donne era a dir poco difficile. A tredici anni Josephine aveva iniziato a esibirsi in qualche club, viaggiava e portava a casa soldi e regali, ma sua madre e sua sorella ridicolizzavano a tal punto la sua vena artistica che la giovane, quando sua sorella morì, non tornò a St. Luis dalla Francia per il funerale, anche se coprì le spese con i suoi guadagni.

A soli tredici anni si sposò con un certo Willie Wells, da cui fuggì dopo poche settimane. Decise di risposarsi, nel 1920, con William Baker, molto inviso a mamma Carrie. Dopo soli tre anni i due si separarono, ma Josephine mantenne il nome per il resto della sua vita. Il terzo matrimonio, con Jean Lion, arrivò a un’età più matura, nel 1937, quando la diva era già celebre, ma durò meno di un anno.

L’ultimo compagno di Josephine Baker fu Robert Brady, che le fu accanto durante i suoi ultimi due anni di vita.

Impossibile tenere il conto dei suoi ammiratori e dei suoi flirt: era una vera e propria femme fatale.
In molti si sfidarono a duello per lei e un ammiratore respinto si tolse la vita di fronte a lei, letteralmente cadendole ai piedi.

George Simenon, il famosissimo autore belga della serie di romanzi sul Commissario Maigret, ebbe con lei una relazione nel 1925: purtroppo non riuscì a sopportare il fatto che la Baker fosse più famosa di lui e, quando iniziarono a chiamarlo Mr. Josephine, la lasciò.

Jean-Claude Baker, figlio della regina creola, dichiarò che sua madre ebbe relazioni anche con donne, tra cui Frida Khalo.

La felicità sentimentale per Josephine Baker arrivò molto dopo, nel 1947, quando sposò il direttore d’orchestra Jo Bullion. La loro unione durò per dieci anni, durante i quali lei adottò dodici figli di nazionalità diverse: Akiko dalla Corea, Luis dalla Colombia, Janot dal Giappone, Jari dalla Finlandia, Jean-Claude dal Canada, Moses, Marianne e Noel dalla Francia, Braim dall’Arabia, Mara dal Venezuela, Koffi dalla Costa d’Avorio e Stellina dal Marocco.

I Rainbow Children erano la testimonianza dell’impegno politico e civile della Baker contro ogni discriminazione razziale.

Il 2 ottobre 1925 debuttò al Théâtre des Champs-Élysées, lo spettacolo che la rese una diva: La Revue Nègre. Nella libertina Parigi degli anni Venti, la sua danza a seno nudo la fece diventare istantaneamente un idolo esotico. Dopo il tour in tutta Europa e il clamoroso successo della rivista, Josephine Baker tornò a Parigi, stralciò il suo contratto e venne scritturata da Les Folies Bergères, dove ebbe la più piena libertà creativa e gettò le basi per quello che sarebbe stato il suo stile peculiare. Con indosso poco più di un gonnellino fatto di banane, Josephine esordì nel suo Act Danse Sauvage, che diventerà una delle immagini più iconiche della contemporanea Art Deco.

Miss Baker era ormai una stella che nessuno poteva oscurare. Legioni di ammiratori le dichiaravano il loro amore, gli artisti facevano a gara per immortalarla.

Ernest Emingway la definì “la donna più sensazionale che chiunque potrà mai vedere”, Pablo Picasso la descrisse come la donna dalle “gambe paradisiache, gli occhi di ebano e il sorriso dove tutti gli altri sorrisi vanno a morire”. Divenne una musa per Christian Dior e F. Scott Fitzgerald. In quegli anni nacque la sua canzone più popolare, “J’ai deux amours” , e anche il cinema si accorse di lei.

C‘era un misto di movenze tribali, clownerie e irresistibile sensualità nei balli con cui Josephine Baker faceva impazzire Parigi nei primi anni Venti. Ma era come se quei ritmi scatenati, spesso interpretati a seno nudo e con un gonnellino di banane a irridere chi considerava i neri più simili alle scimmie che all’uomo, fossero una liberazione dalle catene. Josephine era scappata a 13 anni da St. Louis per evitare un destino già segnato e aveva messo quell’irrefrenabile desiderio di libertà nell’arte, trasformando la visione appassionata degli spettacoli di varietà cui riusciva ad assistere, in voglia di esibirsi e diventare protagonista.

Il segreto della fonte della giovinezza è di pensare pensieri giovani.

Nonostante l’enorme popolarità raggiunta in Francia, gli Stati Uniti erano ancora ostici nei suoi confronti. Nel 1936 fu scritturata per un revival delle Ziegfeld Follies, ma il teatro segnò il minimo storico per numero di biglietti staccati. Ben presto la sostituirono con Gypsy Rose Lee.

Time Magazine la definì “Una sgualdrinella negra le cui doti artistiche potevano essere superate ovunque appena fuori Parigi”. Altri critici scrissero che era “troppo magra per riempire un palcoscenico” o che somigliava a un nano. Questa ferocia le spezzò il cuore. Rinunciò definitivamente alla stima dei suoi connazionali, e con il suo terzo matrimonio diventò definitivamente cittadina francese.

Regina del charleston, reinventato però alla sua incomparabile maniera, Baker diventò poi cantante, attrice, ballerina classica e, spinta dalle critiche di chi in Francia forse la considerava troppo diva e staccata dai problemi reali (lei che ogni giorno doveva affrontare il malcelato razzismo di gran parte della società), decise di mettersi al servizio del governo durante il periodo della guerra con la Germania nazista, viaggiando in vari Paesi europei come artista e trafugando segreti da vera e propria spia, fino a diventare nel dopoguerra attivista per i neri e volto dell’emancipazione anche femminile.

Josephine Baker si offrì di fare la spia per la Francia durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel settembre 1939, quando la Germania invase la Polonia e la Francia le dichiarò guerra, Josephine fu reclutata dall’intelligence come corrispondente onoraria.

Per anni la sua fama e la sua popolarità le hanno consentito di entrare in contatto con funzionari, politici e alte cariche militari. Baker riferiva tutto ciò che ascoltava, giocando un ruolo importantissimo nella lotta al Nazismo. Quando non era invitata ai party, ne organizzava lei stessa, in modo da poter avere sempre aggiornamenti da riferire.

Nel 1941, in seguito a una polmonite, dichiarò di doversi trasferire per un periodo in Nord Africa per potersi rimettere. In realtà fu una mossa chiave per aiutare la Resistenza. Baker viaggiava nascondendo le informazioni nella biancheria, certa che la sua celebrità le avrebbe evitato le numerose perquisizioni così frequenti all’epoca.
Nel soggiorno a Marrakech ebbe l’ultimo di molti aborti spontanei. Desiderava molto un figlio, e non si arrendeva al fato ma i continui spostamenti le causarono un’infezione talmente grave da dover ricorrere a un’isterectomia.

Dopo la guerra, Josephine Baker ricevette la Croix de guerre e la Rosette de la Résistance, e fu insignita di Onorificenze tra cui quella di Cavaliere della Legion d’Onore dal Generale De Gaulle in persona.

Nel 1951 fu nuovamente invitata negli Stati Uniti. Lei accettò solo dopo aver vinto una battaglia pubblica: nessun tipo di segregazione doveva essere messo in atto nei luoghi dove lei si sarebbe esibita.

Il suo tour a stelle e strisce quella volta registrò il tutto esaurito: pubblico e critica erano entusiasti e l’NNACP (National Association for the Advancement of Colored People) la nominò Donna dell’Anno, festeggiandola con una parata a Harlem a cui presero parte più di centomila persone.

Josephine ebbe scritture negli Stati Uniti per i successivi sei mesi, e molte altre in fase di trattativa, ma l’ennesima battaglia contro le discriminazioni le costò cara.

La Venere nera criticò aspramente le regole non scritte dello Stork Club, che scoraggiavano l’ingresso a un pubblico di colore, e rimproverò un suo alleato, il giornalista Walter Winchell, per non aver preso le sue difese pubblicamente.

Fu in quel periodo che conobbe Grace Kelly: l’attrice le promise di non mettere ma più piede nello Stork Club. Winchell, dal canto suo, rispose con una serie di inaspettati improperi, tra cui le accuse di simpatie comuniste da parte di Josephine. Durante il Maccartismo un’accusa del genere significava venire indagati, vedersi stracciare il visto di lavoro e cancellate tutte le scritture.

Nel gennaio 1966 Fidel Castro la invitò ad esibirsi a L’Avana per i festeggiamenti del settimo anno del suo regime. Per un mese il Teatro Musical de La Habana registrò il tutto esaurito. Nel 1968 fu la volta della Jugoslavia.

Anche se non poteva tornare negli Stati Uniti, Josephine Baker continuò a sostenere il Movimento per i Diritti Civili. Non poteva dimenticare che, quando arrivò con suo marito Jo, ben trentasei alberghi le negarono l’ospitalità in quanto nera.

Rifiutandosi di esibirsi nei luoghi dove la gente di colore non era ammessa (anche quando le offrirono un cachet di diecimila dollari), contribuì alla diminuzione della segregazione a Las Vegas, in Nevada, una delle città in cui il razzismo era più forte. Il Ku Klux Klan le inviò lettere di minaccia, ma lei dichiarò che non si sarebbe lasciata spaventare.

Nel 1963 Josephine Baker parlò alla Marcia su Washington al fianco del reverendo Martin Luther King, unica donna ammessa per uno speech. Dopo l’assassinio di King, la vedova chiese a Miss Baker di sostituire il suo defunto marito nella lotta alla discriminazione razziale. A seguito di una lunga riflessione, Josephine declinò rispondendo che i suoi figli erano troppo giovani per restare senza madre.

L’età e le fatiche di una vita si facevano intanto sentire: spesso dimenticava le parole sul palco e recuperava grazie a una capacità di improvvisazione fuori dal comune. I debiti si accumulavano, il suo castello fu confiscato e rischiò la bancarotta. Fu Grace Kelly, sua grande amica , divenuta la Principessa di Monaco, a offrirle una casa nel Principato e il sostegno economico per risollevarsi.

Un’ultima tournée la vide impegnata dal 1968 al 1974 a Parigi, Londra, Belgrado. Nell’aprile 1975, il Principe Ranieri finanziò uno spettacolo a Parigi per festeggiare il Cinquantesimo anniversario della carriera di Josephine Baker.

Alla prima, oltre alla Principessa Grace, c’erano Jaqueline Kennedy, Sophia Loren, Mick Jagger, Shirley Bassey, Diana Ross e Liza Minnelli. Quattro giorni dopo, il 12 aprile 1975, Josephine cadeva in coma a seguito di un’emorragia cerebrale. Morì poche ore dopo.

Ricevette esequie cattoliche (si era convertita nel 1964), tutti i riconoscimenti di un funerale militare e la sua bara fu seguita da un’imponente processione il cui numero di partecipanti non fu mai conteggiato con precisione. Dopo un ulteriore rito molto ristretto per i suoi cari alla Saint Charles Church, questa incredibile donna fu seppellita al Cimetière de Monaco dove tutt’ora riposa.

Giungerà sicuramente il giorno in cui il colore non significhi nulla più del tono della pelle, quando la religione venga vista unicamente come il modo di parlare all’anima di qualcuno, quando i luoghi di nascita abbiano il peso di un lancio di dadi e tutti gli uomini siano nati liberi, quando la comprensione nutre l’amore e la fratellanza.


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