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Lettere Luterane è l’ultima opera di Pier Paolo Pasolini. Uscita postuma nel 1976, un anno dopo la morte dello scrittore, l’opera raccoglie una serie di articoli apparsi per il settimanale il Mondo e per il Corriere della Sera.

In essi Pasolini, con furia iconoclasta, condanna senza appello la classe dirigente democristiana rea di non aver saputo cogliere in tempo gli effetti nefasti creati dal boom economico italiano.

Tali effetti si possono ravvisare nell’omologazione culturale del nostro Paese, dove secondo Pasolini si è perpetrato un vero e proprio genocidio culturale, ossia la fine della civiltà contadina e di tutte quelle culture particolaristiche che caratterizzavano il nostro Paese.

In questa deriva apocalittica il poeta evidenzia dei segni ben chiari di quella che lui chiama la “trasformazione antropologica” degli italiani. Egli ravvisa questi mutamenti nelle facce e nei corpi dei giovani italiani che hanno perso grazia ed espressività rispetto al decennio precedente.

Egli si accorge soprattutto di una “diacronia” tra quello che accade nei palazzi del potere e quanto accade nella società italiana perché il nuovo tipo di sviluppo rende il potere “clerico-fascista” della DC totalmente inadatto nel rapportarsi e governare questo nuovo tipo di sviluppo.

Questo nuovo potere crea una falsa tolleranza e permissività, poiché non concede neppure la possibilità di scelta fra bene e male. Si autoimpone sostanzialmente dall’alto attraverso la televisione che è diventata il nuovo linguaggio, il nuovo medium di massa del potere consumista.

In questa battaglia Pasolini sembra essere solo, una Cassandra che vede le rovine di un Paese ormai corrotto al suo interno, e avvolto da un cupo pessimismo che non lascia scampo. Tuttavia la lucidità della sua analisi risuona tremendamente attuale ancora oggi nonostante siano passati più di quarant’anni dall’uscita del libro.

Buona lettura.


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