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Bruno Ventavoli, su La Stampa di sabato 8 settembre (“Ahi fero giorno…”), si lamenta giustamente del fatto che gli Italiani non leggono.

Non è una novità, come sappiamo da tempo. Ma Ventavoli si lancia anche in una breve analisi dei motivi di questa atavica disaffezione alla lettura.

Naturalmente se la prende con i social, con i telefonini, con la mancanza di promozione, e via discorrendo. Per fortuna, almeno per una volta, non se la prende con la scuola.

È infatti un’abitudine inveterata quella dei comunicatori di servizio prendersela con le istituzioni scolastiche non appena in Italia si evidenzia un problema di qualsiasi tipo.

Tuttavia, in relazione a questo problema, una sia pur velata critica sarebbe stata necessaria.

Chi ha l’abitudine di scorrere le classifiche di vendita dei libri si sarà certamente accorto che nei mesi di maggio e giugno compaiono titoli che provengono dai “consigli” che gli insegnanti danno agli studenti in merito alle letture estive.

Ecco: forse uno dei motivi per cui la gente non legge deriva proprio dal fatto che, da sempre, i prof di Lettere obbligano i loro studenti a leggere testi perlopiù datati (gli stessi che leggevano loro quando andavano a scuola), noiosissimi, politicamente corretti ma lontani dalla realtà dei nostri ragazzi.

E pensare che ci sarebbero una infinità di romanzi e (perché no?) saggi che, presentati nel giusto modo, potrebbero risultare appetibili agli studenti.

Sto pensando ai classici della narrativa e della saggistica dell’Ottocento e del Novecento, che solo raramente vengono sottoposti all’attenzione degli alunni delle nostre scuole.

Ma ciò che più allontana questi stessi alunni dalla lettura è proprio l’”obbligo” al quale sono sottoposti. Ho sentito di ragazzi ai quali, nel corso delle vacanze estive, veniva “imposto” di leggere cinque o sei libri, per un totale più o meno di un migliaio di pagine, sui quali in seguito avrebbero anche dovuto scrivere una relazione. Ci domandiamo quanti dei loro insegnanti faranno altrettanto (a parte la relazione, naturalmente…).

Ma, in relazione a ciò, ci torna in mente quanto diceva, già nel 1992, Daniel Pennac nell’ottimo “Come un Romanzo”, nel quale affermava che gli insegnanti, quando si tratta di lettura, dovrebbero abolire il verbo “dovere”.

Inoltre non possiamo dimenticare il fatto che, ormai da anni, la scuola italiana si è orientata verso le “competenze” a discapito delle “conoscenze”. In altre parole i docenti sono chiamati a far acquisire da parte degli studenti un “saper fare” mentre il semplice “sapere” viene lasciato colpevolmente da parte.

È ovvio che, in una tale prospettiva, la lettura diventa solo uno strumento funzionale all’apprendimento di altre materie. Non si legge, o meglio, non si “deve” più leggere per il piacere di farlo, ma solo per acquisire informazioni.
In questo modo si “educano” persone che, nella loro vita dovranno leggere soltanto manuali di istruzioni. A che serve leggere Il Fu Mattia Pascal, o I Miserabili, o Il Signore degli Anelli se non ti permettono di “maturare abilità” in ambito pratico?

Da questo punto in poi il piacere della scoperta, l’educazione alla curiosità, la crescita intellettuale e civile, l’abitudine al ragionamento, e molto altro scompariranno del tutto.
Con buona pace del dottor Ventavoli…


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