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Il racconto è invariabilmente in prima persona e principia in medias res con il ritorno del protagonista, Luca, un affermato medico sessantenne, ad Alessandria, la città dove ha trascorso l’adolescenza e dove ha studiato. Il passato viene via via recuperato per analessi.

Il ritorno è una rimpatriata organizzata, a tanti anni di distanza, da un vecchio compagno di scuola. Una occasione festosa per ritrovarsi tra condiscepoli, e per ritrovare, inaspettatamente, un amore dei tempi del Liceo. Che ancora turba e intriga, perché il passato “non si può scordare”.

L’incontro con Cristina riapre “un capitolo” del passato cui il protagonista non attribuiva più alcuna importanza. È il rischio dei ritorni: “Si cade involontariamente nelle maglie della nostalgia, i ricordi riaffiorano prepotenti”. Se ne rimane invischiati. Tant’è vero che buona parte del racconto non è che il tentativo di liberarsi dalla vischiosità del passato e di prendere atto che il tempo non è trascorso invano. In effetti le parole chiave del libro sono due: “ritorno” e “cambiare”. Il nostos, in questo caso, è qualcosa di più complesso del consueto, vuoi perché, in realtà, i “ritorni” sono due, provvisorio l’uno, definitivo l’altro, ed hanno per meta due diversi luoghi, vuoi perché ad essi si aggiunge, a complicarne la portata, una versione metaforica: un “ritorno di fiamma”.

Alle spalle Luca ha un amore adolescenziale, quello per Cristina (“la principessa” degli anni liceali), osteggiato dalle convenzioni sociali (differenza di classe), e un divorzio. Ma anche uno sradicamento: da cinquant’anni s’è trasferito in Africa, dove s’è fatta un’ottima fama e dove ha saputo ambientarsi e radicarsi di nuovo. Si capisce, allora, che il ritorno in Italia, per quanto di breve durata, ha il potere di sconvolgerlo: il ritorno di fiamma per Cristina costituisce infatti una tentazione incresciosa, in quanto comporterebbe per lui un nuovo sradicamento. Senza peraltro la certezza di ritrovare l’Itaca perduta.

È significativo che il ritorno ad Alessandria sia a tutta prima segnato dallo spaesamento: Luca si smarrisce infatti nella periferia della città, tra i palazzoni dei nuovi quartieri sorti durante la sua assenza. La città si presenta come un labirinto, da cui, per un tiro mancino del destino, lo salva proprio Cristina. La sua fiamma di un tempo diventa, in altre parole, la sua novella Arianna.

Il loro incontro, però, ha tratti umoristici, contraddittori, in quanto nasce da un incidente automobilistico. Da uno scontro, anche verbale, cui solo la reciproca agnizione pone rimedio e fine. Sul piano simbolico, l’evento sembra preannunciare la natura ancipite della loro relazione, per nulla pacifica e scontata: sospesa tra le suggestioni di un passato che si ostina a non passare e i richiami e i legami di un presente toto caelo diverso. Diverso quanto può essere l’Africa dall’Italia. O la natura dalla civiltà. Ad un certo punto Luca verrà a trovarsi, come l’asino di Buridano, indeciso tra due opzioni antitetiche: o tornare alla sua vecchia città, alla sua “vera casa”, alla civiltà, o “restare nella decisione semplice e un poco selvaggia del mondo in cui ha vissuto per tanti anni”.

L’irresolutezza è motivo di lacerazione interiore. Ma alla fine si renderà conto dell’impossibilità, per lui, di sradicarsi da quella terra, fors’anche “incomprensibile agli occhi di un occidentale”, che nondimeno ormai lo “ha plasmato” al punto da fargli acquisire “la mentalità degli africani, il loro stile, la filosofia, il loro gusto”. “Sono un negro dal colorito chiaro”, finirà dunque per ammettere. E l’Africa sarà, di conseguenza, la sua nuova Itaca, il luogo dove Luca troverà davvero l’amore e dove, soprattutto, ritroverà se stesso. La sua vera identità.

Non sarà facile e nemmeno indolore perché il tempo che perennemente scorre vanifica ogni illusione di stabilità. «Non si può discendere due volte nel medesimo fiume», diceva il saggio Eraclito. Tutto cambia, cambiamo pure noi, che tardiamo e stentiamo tuttavia ad arrenderci all’evidenza e spesso ci lasciamo sedurre dalle sirene del passato, dal ricatto dei sensi e dei sentimenti, dal richiamo della giovinezza, dalla nostalgia della patria: di cui la memoria serba fantasmi accattivanti, che magari ci affascinano, ma ci portano fuori strada.

A smarrirci. Finché, dietro le trame confuse della vita, non intravediamo il disegno sicuro del destino. E lo assecondiamo.
Ad arricchire il quadro concorrono poi altre figure: da quel doppio giovanile di Cristina che è la figlia Maria Vittoria alle donne che Luca incontrerà in Africa: una collega di lavoro, Ellen, che, non corrisposta, s’innamora di lui e morirà suicida, come c’informa una stringata anticipazione; la spregiudicata e sensuale Mariba, per la quale Luca proverà una morbosa attrazione; e infine Mami, che gli darà una famiglia e dei figli.

Mami era la moglie di Bobo, il factotum indigeno, con qualche fama di stregone e simbolo, per così dire, della saggezza africana, che Luca considera il suo alter ego. E che gli dà preziosi consigli. Non è un caso che la morte di Bobo, proletticamente preannunciata e poi descritta nel suo lento e penoso consumarsi, contribuisca ad accentuare la crisi di Luca, tormentato anche da qualche complesso di colpa per i suoi rapporti con Mami. Ma l’amore di quest’ultima darà una svolta decisiva alla sua vita e determinerà la sua scelta definitiva per l’Africa. L’esotico, a questo punto, cessa di essere tale: visto allo specchio, si rivela più domestico (e meno aleatorio) del passato alessandrino, tanto che a conclusione del racconto Luca può confessare che “il ruggito del leone non gli fa più paura”.

Pietro Fronterré, Il ritorno. Racconto, puntoacapo, Pasturana 2019.


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