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In quest’ultimo scorcio di campagna elettorale in cui una marea di antifascisti improvvisati appioppa etichette di fascismo a destra e a manca, un po’ in sordina è stato ripubblicato un libro di un autore antifascista da sempre che tutti gli antifascisti dell’ultima ora dovrebbero leggere (e non solo loro…).

Si tratta di “A via della Mercede c’era un razzista – lo strano caso di Telesio Interlandi” di Gianpiero Mughini (Marsilio, 18€). Si tratta della riedizione di un libro che era già uscito nel 1991 per i tipi di Rizzoli, nel quale il giornalista siciliano ripercorre, insieme alla vicenda del direttore de “La Difesa della Razza”, la vita culturale della Roma e dell’Italia dalla metà degli anni Venti alla caduta del regime mussoliniano.

L’autore racconta come Leonardo Sciascia, dopo il successo del suo ultimo libro sul Caso Moro, avesse raccolto parecchio materiale allo scopo di redigere un opera incentrata sulla controversa figura di Telesio Interlandi, uno dei giornalisti più influenti del Ventennio, protetto da Mussolini ma odiato da ampie frange del potere dell’epoca, e nello stesso tempo scopritore e protettore di una marea di intellettuali che sotto la sua ala protettrice si formarono e finirono con il costituire la spina dorsale del mondo culturale italiano anche nel secondo dopoguerra.

Alla vigilia dell’inizio della redazione definitiva Sciascia morì, e il figlio di Telesio, Cesare, chiese a Mughini di portare a termine il lavoro iniziato dall’autore de “Il Giorno della Civetta”.
Mughini, che di Sciascia era amico e che aveva seguito da vicino il suo impegno di raccogliere materiale sull’argomento, accettò. Naturalmente il volume non ebbe, e non poteva avere, il successo che si sarebbe conquistato se sul frontespizio fosse comparsa la firma dello scrittore di Recalbuto.

E forse è questo il motivo per cui Marsilio ha deciso di riproporlo oggi, in una versione non corretta, ma preceduta da una opportuna prefazione dell’autore alla nuova edizione.

La condanna di Mughini per la svolta razzista di Interlandi è netta e senza appello. Tuttavia le sue pagine grondano di ammirazione per un personaggio che con pochissimi mezzi e in qualità di direttore di un quotidiano, “Il Tevere”, che usciva soltanto nella capitale, è riuscito a condizionare e a promuovere i migliori intellettuali dell’epoca, soprattutto giovani. A “Il Tevere” e al suo supplemento quindicinale Quadrivio collaborarono infatti personaggi come Luigi Pirandello, Alberto Moravia, Franco Fortini, Alberto Savinio, Vincenzo Cardarelli, Salvatore Quasimodo, Roberto Longhi, Bruno Zevi e persino Antonello Trombadori, futuro esponente di spicco del PCI anni cinquanta, nonché Giorgio Almirante, che nel dopoguerra sarà fondatore e a lungo segretario del Movimento Sociale Italiano.

Al solito l’autore presenta l’argomento in modo documentatissimo, senza peli sulla lingua e con il solito stile sciolto e scorrevole che rendono l’esperienza di lettura simile a quella di un romanzo. E sembra proprio di leggere un romanzo sulla Roma degli anni Venti e Trenta, ben condito di gustosissimi aneddoti, con la differenza che quanto raccontato è tutto vero. E serve a capire che in quell’epoca si muovevano intellettuali di prim’ordine che hanno fatto grande l’Italia e che, dopo essersi fatti le ossa sotto la guida del “razzista di via della Mercede”, hanno poi preso il volo.

Peccato che, dopo il ’45, tutti loro si siano dimenticati di Interlandi il cui nome, solo sporadicamente, veniva citato nel dopoguerra accompagnato dall’aggettivo “famigerato”


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