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La nostra è epoca di depressioni, nevrosi, bipolarismi (non politici), schizofrenia, paranoie… e chi più ne ha più ne metta.

Ma non è epoca di follia. Infatti depressi, bipolari e paranoici hanno sì comportamenti per molti versi atipici e, sovente, sgradevoli dal punto di vista sociale , ma non sono folli.

Perché, in un modo o nell’altro, rientrano a pieno titolo nei parametri della nostra società. Ne rappresentano la degenerazione patologica. Quindi sono normali. Il folle, invece, non rientra in alcun schema. È altra cosa. Ed ha una dimensione etica ed estetica assolutamente irriducibile alla forma mentis comune.

Nel mondo greco la follia era sacra. Si credeva, o si sapeva, che era un dono degli Dei. Che il folle era colui che, come il poeta, vedeva oltre le apparenze, poteva contemplare un altro mondo. Un’altra realtà.

Retaggio, probabilmente, di antiche culture sciamaniche, attestate tra i versetti dei Veda ed ancor oggi nei rituali di certi popoli siberiani. E nelle tradizioni dei Dakota rinchiusi nelle riserve statunitensi.

Francesco era detto il Giullare di Dio, e il giullare è, come nelle carte da gioco, un folle. E il suo seguace Jacopone da Todi trovava giusto e bello impazzire per Cristo.

Persino nell’Islam, religione per eccellenza formale e normativa, vi sono delle Confraternite Sufi che praticano la “follia controllata” per giungere all’esperienza del divino.

Wolfram von Esvhenbach ci ha lasciato il poema della follia. Il Parzifal capolavoro della letteratura tedesca medioevale, nonché il più grande retaggio che ci viene dal Medioevo. Secondo solo alla Commedia.

Parzifal è il “puro folle” per eccellenza. E proprio per questo è l’unico in grado di conquistare il Graal. Una follia che deriva dall’amore. Perché con Wolfram e gli altri Minnesinger il tema della Cerca si coniuga, sempre più decisamente, con quello erotico. Retaggio, ancora una volta, di Catullo e degli elegiaci latini. Che alla follia d’amore avevano già più che accennato. Pur senza porla al centro delle loro opere. Quella di Parzifal è la follia pura. Lo slancio assoluto. La capacità di donarsi totalmente all’impresa sovrumana. L’opposto di Amleto che è dubbio, rovello della ragione. Incertezza nevrotica. Il principe di Danimarca è infatti incapace di amare. E la sventurata Ofelia ne fa le spese.

Folle invece è Don Chisciotte nella sua passione anacronistica per la Cavalleria. E per l’intangibile Dulcinea. E folle, sino a divenire grottesco, è l’Orlando di Ariosto nel suo disperato amore per Angelica.

Come nel Furioso, la follia d’amore può muovere al riso. Rende ridicoli. Da lì al Celentano scimmiesco che corteggia Ornella Muti in “Innamorato pazzo” il passo non è poi tanto lungo.

È se c’è una cosa che distingue il puro folle dal nevrotico odierno è proprio l’assenza di ogni timore del ridicolo.

Perché quando ama – Dio o la Donna, non fa differenza – esce da se stesso, si libera dai gravami della sua storia personale, dalla zavorra delle convenzioni e delle paure sociali. Diventa poeta, cantore senza cetra , cavaliere senza spada, giullare.. E prova l’ebrezza liberatoria della gioia pura. Come gli antichi sciamani che raggiungevano l’estasi. Lo splendore di un sorriso, uno sguardo incantato che riflette la Luna, una voce musicale possono essere causa di tale follia sacra. Di tale estasi. Se si ha il coraggio di lasciarsi andare. Di abbandonare le paure e le nevrosi che ci legano al suolo. E che ci rendono, in fondo, tristi amanti e uomini dimezzati.


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