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Francesco Giubilei è sicuramente un editore coraggioso. Coraggioso e controcorrente. Talmente controcorrente che, pur avendo dato vita a due iniziative editoriali di orientamento identitario, si permette il lusso di pubblicare testi che identitari non sono.

È il caso dell’ottimo romanzo “Il Profumo dell’Ultimo Tango” di Gian Luca Campagna (Historica Edizioni, €18), un thriller uscito lo scorso anno ma ancora facilmente reperibile.

Si tratta di un hardboiled in salsa latina.

La vicenda si svolge infatti a Buenos Aires nel giugno del 2018, esattamente quarant’anni dopo la storica vittoria casalinga ai Mondiali di calcio della nazionale albiceleste ma anche della dittatura militare, delle madri di Plaza de Mayo e dei desaparecidos.

Il protagonista è Josè Cavalcanti, uno scalcagnato investigatore privato a metà strada tra Philip Marlowe e Pepe Carvallo, che viene ingaggiato da una sua vecchia fiamma allo scopo di ritrovare il figlio tredicenne Pablito, scomparso dopo un allenamento di calcio.

Il sospetto che sia stato rapito viene confermato dalla sparizione, con modalità analoghe, di altri tre coetanei.

Nell’indagine Cavalcanti (che più che a un detective assomiglia a un gaucho, a un eroe romantico, che in sella alla sua Ural con sidecar attraversa con disinvoltura le avenidas della capitale argentina come se fossero la pampa sconfinata) viene coadiuvato da due personaggi più scalcagnati di lui: Franco Vernaglione, un procuratore sportivo italiano ormai in disarmo, e Cholo, il braccio destro dell’investigatore che, a pranzo, trasforma l’ufficio in un ristorante per appassionati della buona cucina.

Ma a dargli manforte ci sono altri due personaggi che risulteranno decisivi per la soluzione dell’enigma: Fabrizio Fortini, un ex terrorista nero fuggito da Roma negli anni settanta, e Ramon, uno psicopatico ossessionato da che cosa sia di destra o di sinistra.

La vicenda si svolge in una Baires che ricorda, per certi versi, la Los Angeles di James Ellroy, sulla quale aleggia ancora, anche se sono passati quarant’anni, l’ombra della dittatura del generale Videla.

È il passato che non vuol passare, specie se le ferite che ha inferto sono ancora aperte e brucianti.

E se un messaggio Campagna ci vuole lanciare forse potrebbe essere il seguente: l’anticomunismo, cari amici di destra o presunta tale, non è sempre una cosa buona e giusta; anzi, se va contro il sacrosanto diritto che ogni uomo ha di essere libero, va combattuto con ogni mezzo.

In ogni caso il racconto si dipana in modo fluido e ricco. Peccato che nel testo ci siano numerosi refusi e alcune incongruenze. Per esempio Papa Paolo VI che diventa Pio VI, o Jorge Mario Bergoglio che diventa, per via di una crasi ardita, Francesco Bergoglio.

Evidentemente l’autore, o il correttore di bozze, non devono avere una particolare dimestichezza con i pontefici.

O come quando il protagonista si infila una sigaretta tra i denti mentre sta sbadigliando: io ci ho provato ma non ci sono proprio riuscito.

O ancora alcuni luoghi comuni un po’ troppo insistiti, come l’abitudine di Cavalcanti di “ingoiare le bestemmie”.
Ma non si tratta che di dettagli poco significativi in un intreccio che certamente saprà conquistarvi.


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