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Cinquant’anni fa, il 22 luglio del 1968, moriva a Cervia, a causa di un infarto, Giovannino Guareschi. Aveva da poco compiuto sessant’anni.

Il mondo della cultura italiana dovrà prima o poi riconoscere a questo straordinario personaggio il ruolo che egli seppe costruirsi e che gli compete di diritto.

Il ruolo di aver saputo rappresentare, attraverso la sua opera di pubblicista e scrittore, un mondo che nell’anno della sua scomparsa si andava disfacendo ma che lui era riuscito a raccontare in modo da farsi amare da uno stuolo infinito di lettori.

Tutti lo ricordano per le vicende di Don Camillo e Peppone, così efficacemente ri-raccontate nei film con Fernandel e Gino Cervi.

Ma non sono in molti a conoscere una vicenda umana che lo vide perennemente sulle barricate, uomo tutto d’un pezzo che per la difesa delle sue idee era pronto a pagare di persona. Come quando, condannato a un anno di reclusione per diffamazione nei confronti di Alcide Degasperi, rifiutò di ricorrere in appello e scontò l’intera pena.

Guareschi aveva pubblicato, nel gennaio del 1954, sul suo settimanale Il Candido – diretto dal 1945 al 1961 – due lettere del 1944 nelle quali il futuro presidente della repubblica chiedeva al comando alleato di bombardare la periferia di Roma per costringere i Tedeschi a ritirarsi.

Nessuna pietà ci fu per colui che aveva contribuito in modo sostanziale alla vittoria della Democrazia Cristiana nel 1948 quando, animato da profondo anticomunismo, aveva attaccato il Fronte social comunista con una sua campagna personale.

Come dimenticare il suo famoso slogan “nell’urna elettorale Dio ti vede ma Stalin no”?

Guareschi è stato giornalista di razza, capace di raccontare la sua epoca con leggerezza condita da un inesauribile umorismo. Ma fu anche disegnatore, polemista e scrittore di rara efficacia, sostenuto da una fede nella tradizione cattolica fatta di semplicità e di antintellettualismo. Una sobrietà, anche linguistica, che gli ha inviso la critica del tempo che lo considerava uno pseudofascista da quattro soldi, mentre il pubblico lo amava alla follia così come continua ad amare i film tratti dai suoi libri che continuano ad essere riproposti ancora oggi, e con grande successo, in televisione.

Una sobrietà che gli veniva dall’essere nato e cresciuto in quella Bassa Padana che sarà poi il teatro delle vicende da lui raccontate, che egli aveva affinato nel corso della lunga prigionia subita nei campi di concentramento tedeschi e polacchi in cui fu internato dopo essere stato arrestato subito dopo l’otto settembre del ’43.

Guareschi fu monarchico, anticomunista e di destra: sempre. Anche quando si ritirò dalla vita pubblica per ritirarsi a gestire un bar a Roncole, vicino alla casa natale di Giuseppe Verdi.

Un modo tutto suo per sfuggire agli attacchi volgari e insensati di un mondo culturale che da lui, e dalla sua semplicità vigorosa, si sentiva minacciato.


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