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C’è chi della propria vita ambisce fare un’opera d’arte, chi conchiuderla comunque in una forma che ne impedisca o ne attenui la dissipazione e chi, invece, la prende così come viene, en souplesse, senza preoccuparsi di darle un ordine, un senso o una «architettura» (come avrebbe detto Lawrence Durrell).

Carpe diem: vivi alla giornata, quam minimum credula postero, è il consiglio che Orazio dava nell’ode sua più nota a Leuconoe. Ed è in fondo quello che ha fatto Camilla Salvago Raggi, la quale nel suo ultimo libro La quinta età, testé edito da Lindau, confessa, con una punta di rammarico, di avere vissuto «anno dopo anno in una sorta di nebbia – senza mettere a fuoco le cose. Guardandole in superficie, e dunque cogliendone solo l’esteriorità». Con la conseguenza «di aver vissuto senza averci capito niente».

Ma, se riteniamo che chi, nella vita, ci capisce qualcosa, sia bravo, tanto essa è imprevedibile e «originale» (giusta l’acuta diagnosi di Zeno Cosini), forse dovremmo rallegrarci con la scrittrice per aver saputo dire sì alla vita, con serena incoscienza, senza la pretesa di signoreggiarla. «Essere vivi e basta non è impresa da poco» diceva Montale in una poesia del Diario del ’71; se poi pensiamo alla veneranda età di Camilla e alla lucida costanza con cui continua imperterrita a coniugare vita e letteratura, dovremmo gridare al miracolo.

Per certi versi, vita e letteratura costituiscono per lei un’endiasi. L’una si travasa di continuo nell’altra, l’una alimenta incessantemente l’altra. Da un lato c’è l’esigenza di «letteraturizzare la vita», per dirla con Svevo, al fine di evitare – citiamo dal Vecchione – che resti «priva di rilievo, sepolta non appena nata, con quei giorni che vanno via e s’accumulano uno eguale all’altro a formare gli anni, i decenni, la vita tanto vuota». Detto con le parole di Camilla:

Se non racconti a qualcuno cosa hai fatto chi hai visto dove sei stata, tutto quello che hai fatto o visto non sarebbe più.

Dall’altro lato lo scrivere è un prolungamento del vivere o, meglio, un “altro” modo di vivere: quasi una sua autenticazione e, nello stesso tempo, una garanzia di durata affidata alla pagina scritta. Una sfida al tempo e alla morte, insomma, sulla scia dell’oraziano non omnis moriar. Ma anche, a ben vedere, uno sforzo di personale appropriazione della propria esistenza inteso a salvare il salvabile: quei «frammenti» e quelle «briciole di un vissuto» cui non le è «riuscito dare una struttura organica».

Questa volta, però, la scrittrice non ricorre alla metafora del romanzo o del racconto nel tentativo di rispecchiare e di dare un senso all’inarrestabile fluire della vita, preferendo assecondare lo scorrere dei giorni e annotare quello che di volta in volta le suggeriscono: riflessioni, ricordi, sensazioni, stati d’animo, osservazioni. In ordine sparso, senza costringerli in uno schema preordinato. A ciò il diario, nella sua asistematicità, si presta ottimamente, offrendo il destro all’irrequietudine dell’autrice di esaltarsi e di spaziare liberamente nel tempo e nello spazio. A stimolarla è l’estro della memoria involontaria, sono gli inputs provenienti dall’attualità, dalla cronaca, dal variare delle stagioni, dagli acciacchi o dalle défaillances dell’età, ma anche dalle letture.

Così, di libro in libro, di argomento in argomento – «uno tira l’altro» – Camilla ci intrattiene con la verve consueta, con la schiettezza, venata di ironia, che ben le conosciamo, soprattutto quando parla de propria senectute e di certi costumi odierni che non apprezza o non comprende. Non è moralismo, il suo, tant’è vero che in diverse occasioni mette le mani avanti: «Forse è il troppo che ho alle spalle». Forse il suo giudizio è condizionato dall’età, dal non essere più in sintonia con il mondo d’oggi, come capita ai vecchi, fatalmente portati ad essere laudatores temporis acti, ma il sospetto che certe novità non siano degli acquisti bensì delle perdite rimane. E in nome ora del buon gusto ora di una visione della realtà meno cinica e disincantata confessa le proprie idiosincrasie e non nasconde la propria nostalgia per tempi e ritmi di vita meno febbrili, più a misura d’uomo.

Contemporaneamente ritorna su temi e tempi, luoghi e persone cari al suo cuore, dalle case della sua vita alle letture di oggi e di ieri, dai viaggi agli animali, dai familiari agli amici, ai conoscenti. Di personaggi spesso famosi o in ogni caso curiosi, a lungo frequentati o più o meno occasionalmente conosciuti, ci rivela tratti inediti e gustosi particolari, talora pure vezzi e manìe colti con fine esattezza. Saranno anche rapsodici esercizi di memoria, fors’anche «sprazzi di un fuoco discontinuo», ma nell’insieme ci dimostrano che con l’età lo sguardo di Camilla, oltre a guadagnare in ampiezza, ha acquistato in profondità, fino a cogliere, con esemplare perspicuità, dettagli all’apparenza insignificanti e tuttavia in grado di accendere l’interesse del lettore, di illuminarlo. «Sono superficiale» dice di sé la scrittrice; sarà, ma non diceva von Hofmannsthal che «la profondità si nasconde nella superficie»?

Camilla Salvago Raggi, La quinta età. Libri, memorie, passioni, Lindau, Torino 2019


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