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L’uomo qualunque avverte il diritto innato alla legittima difesa. Non si tratta di una reazione volgare di pancia: è l’insegnamento di una millenaria civiltà giuridica.

Provate a chiedere a un uomo qualunque cosa sia la legittima difesa. Vi risponderà, senza esitazione, che è un diritto di ogni cittadino. Ma non è vero. Difendersi, nel nostro ordinamento, non solo non è considerato un “diritto soggettivo” ma rappresenta addirittura un delitto vero e proprio.

In altre parole, secondo il nostro codice penale, il cittadino che procura lesioni personali o la morte del suo aggressore commette un reato. Da qui, la sua immediata e automatica iscrizione nel registro degli indagati. Se poi l’aggredito (che prima ha subito l’aggressione del criminale e poi quella dello Stato che lo inquisisce) dimostra di aver agito in stato di necessità, di attualità del pericolo e mettendo in campo una reazione “garbata” (cioè proporzionale all’azione lesiva), allora lo Stato, graziosamente, deciderà di non punirlo.

Una follia tutta italiana che trasuda iniquità e che ci trasciniamo dagli anni trenta quando eravamo immersi nella concezione dello Stato etico (hegelianamente inteso) abbracciata dallo Stato fascista. Una concezione che disconosceva i diritti individuali che preesistono allo Stato. E se, oltre 80 anni fa, quel contesto culturale era anche figlio dei tempi, oggi difendere ancora una simile concezione risulta quantomeno discutibile. E ancor più discutibile è difendere con il coltello tra i denti una concezione figlia del fascismo utilizzando una retorica liberal-democratica.

Perché la risposta dell’uomo qualunque di cui in premessa è, in realtà, la naturale risposta di ogni uomo dotato di razionalità, di senno e di buon senso. In una parola, di logos. E non si tratta di una risposta di “pancia”, come tanti professoroni e intellettuali cercano di far passare tratteggiando chi invoca il diritto a difendersi come una sorta di troglodita urbano senza letture e senza cultura. Si tratta invero di una risposta dettata dal “cuore”.

E’ la risposta di Platone, di Sofocle, di Cicerone, di San Tommaso D’Aquino, di Hobbes, di Locke, di Pufendorf … (altri difettano evidentemente di buone letture). E’ la risposta del pensiero occidentale, dalla civiltà classica al pensiero liberale delle origini. Per questo ho deciso di affidare ad un libro (“Il diritto negato”) che esce in questi giorni per Giappichelli la storia di un diritto naturale che, mai, prima dell’era fascista (e delle concezioni idealiste dello Stato in genere), era stato messo in discussione. Un diritto “negato” insomma dalla moderna cultura giuridica che ha dimenticato l’insegnamento dei Maestri del diritto classico.

Ho avvertito il bisogno, in un dibattito drogato da discussioni fuorvianti (non c’entrano le armi, non c’entra il far West, non c’entrano sceriffi e pistoleri), di riannodare i fili della memoria giuridica dimenticata. Ho così svelato, facendo parlare i “sapienti” della nostra civiltà (e mettendoli a confronto con i professoroni, con certi magistrati e con gli intellettuali del nostro tempo), una vera e propria ovvietà oggi negata: difendersi è un diritto naturale, è una necessità iscritta nell’animo di ogni uomo come gridava Cicerone nel Foro. E l’individuo dotato di senno, lo stesso uomo qualunque che non ha cultura giuridica, avverte dentro di sé che di un diritto insopprimibile si tratta. Perché quel diritto (diversamente dai sottili equilibri dell’ordinamento positivo in cui si vorrebbe calibrare con il bilancino la reazione di un uomo che si vede la morte in faccia per stabilire i torti e le ragioni), come spiegava Cicerone, gli uomini non l’hanno imparato sui libri di scuola. E’ un diritto presente in natura e “ce lo siamo presi”.

Mi ha stupito leggere che un’associazione di professori di diritto penale ha bollato come inaccettabile la recente riforma sulla legittima difesa varata dal Governo Conte. In particolare, i docenti denunciavano il rischio di arrivare ad un vero e proprio “diritto di difesa”, come se questo fosse seriamente un pericolo e non un approdo irrinunciabile e virtuoso. La verità è che la riforma, pur contenendo – come spiego nel mio libro – apprezzabilissimi elementi di giusnaturalismo (l’ampliamento della difesa domiciliare e l’introduzione del grave turbamento per giustificare una reazione con “eccesso” da parte dell’aggredito), non ha capovolto – né avrebbe potuto farlo in questo clima – la prospettiva della legittima difesa. Che resta una mera “concessione” dello Stato. L’ultima speranza è un’autentica rivoluzione liberale, tante volte evocata ma mai realizzata, capace di ripristinare un principio di diritto naturale con una profonda revisione dell’istituto nel nostro ordinamento. Sarebbe la vittoria della giustizia di Antigone contro i decreti iniqui di Creonte.


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