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Il diavolo è una figura che ritorna ciclicamente, con diversi volti, nella nostra cultura. E ritorna anche se, sin dai tempi dell’Illuminismo, ostentiamo di non crederci. Lo bolliamo come mera superstizione.

Ovvero come sopravvivenza di epoche passate. E, come tali, nel nostro immaginario, oscure.

Persino i preti del diavolo non parlano più; in fondo non ci credono. Avendolo, ormai, derubricato a mera allegoria di un astratto “male”. Se non vado errato l’ultimo Papa che osò affermarne l’esistenza fu il tormentato Montini. Paolo VI. L’esistenza personale, perché il diavolo è persona che opera per il male. Ovvero, come dice Goethe, lo Spirito che tutto nega. Ma sempre Goethe aggiunge che la negazione è necessaria per affermare la verità. Come la Luce necessita della tenebra per splendere.

Come personaggio il diavolo è ambiguo. Non si presenta mai come un bruto orribile e terrificante. Quella è roba da film horror di quart’ordine. Robaccia moderna. Il diavolo è intelligente, arguto. A suo modo simpatico, come spiega Elemire Zolla in “Mefistofele e l’Androgine”. In fondo, era un angelo, e non se l’è del tutto dimenticato.

È un compare e un compagno di strada e di vita. Come l’angelo custode, così ognuno di noi ha il suo diavolo personale dal quale apprende e che lo consiglia. Non per il meglio, certo. Ma comunque gli apre pur sempre nuovi Orizzonti. È il diavolo che balza fuori dai cocci di una bottiglia in un romanzo spagnolo, anonimo, del ‘500. Poi ripreso da molti, anche in uno dei Racconti Polinesiani di Stevenson. Il diavoletto che, per ringraziarlo della liberazione, porta in giro uno studente sui tetti di Madrid. E gli mostra i comportamenti degli uomini quando credono che nessuno li possa vedere. Gli rivela la, triste, realtà della natura umana.

Carducci, giovane, inneggiò a Satana, spirito della ribellione e del l’inquietudine. Aveva letto il Faust.

Perché il diavolo, nella letteratura moderna, è proprio questo. L’inquietudine, l’insoddisfazione. Il porsi sempre nuove domande. Non sentirsi mai appagati dalle mete e dal sapere acquisito. Faust, appunto. Che potrebbe riposare sugli allori conquistati con una vita trascorsa sui libri, nell’ombra quieta del suo studiolo universitario. E invece.. Invece appare Mefistofele e lo tenta con l’avventura di una conoscenza diversa, fondata sull’esperienza. Sul vivere e sul rischiare. E Faust torna giovane. Perché trova il coraggio, folle, di vivere. E di amare. Giovane come, probabilmente, non era mai stato, prigioniero di un sapere astratto e compiaciuto. Questo non lo porta al Paradiso, ma neppure lo danna.

Bulgakov, ne “Il Maestro e Margherita”, declina il tema in modo particolarissimo. Il suo tormentato Maestro trova alla fine la pace, con la donna amata. Ed è il diavolo, nelle vesti affascinanti del Professor Voldben che ve li conduce. Per incarico…. Superiore. In quanto il diavolo stesso non è che strumento per provare la capacità dell’uomo di essere libero interiormente.

Papini ha dedicato al Diavolo una delle sue opere più felici. Un vero trattato di “diabolologia” moderna, una completa disamina della figura nella tradizione popolare e nella cultura. In certo qual modo un tributo ad un personaggio chiave per comprendere la nostra civiltà, con le sue luci e le sue, molte, ombre. Un personaggio nel quale , come dicevo, non crediamo ormai più. E di questo, probabilmente, nei suoi abissi, il Diavolo se la ride alla grande. Convincerci della sua non esistenza è infatti la sua beffa più riuscita. Il suo colpo da maestro.


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