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C’è scelta e scelta. A volte il ventaglio delle opzioni è ampio, altre volte, invece, si restringe a un aut aut impietoso. Nell’uno e nell’altro caso può insorgere un certo imbarazzo, che, quando la scelta sia davvero drammatica, può degenerare in angoscia e perfino paralizzare.

L’esempio al riguardo più famoso è forse quello dell’asino di Buridano, che si lascia morire d’inedia per non sapersi decidere tra due acervi di fieno equidistanti.

Ogni scelta, in effetti, comporta una decisione, perché non sempre o, meglio, di rado è dato prevederne tutte le conseguenze, prossime e remote. Vuoi per mancanza di tempo, vuoi per l’impossibilità stessa dell’impresa. Ragion per cui, se si vuole agire, bisogna darci un taglio: alla lettera, de-cidere. In certe situazioni la decisione, non altrimenti procrastinabile, s’impone. Ma, per quanto razionale sia, la scelta ha sempre margini, più o meno larghi, di aleatorietà. Anche quando si scelga il male minore.

Per evitare di compromettere una partita, lo scacchista avveduto può decidere di sacrificare un pezzo. Allo stesso modo il chirurgo può amputare un arto per salvare la vita a una persona. In questi casi il fine giustifica i mezzi. Salvare il salvabile è talora una scelta ragionevole, seppure estrema. La realtà con cui dobbiamo fare i conti ha, comunque, connotati sfuggenti e imperscrutabili: nulla ci garantisce esiti scontati. Nemmeno il calcolo delle probabilità. Per cui la vita, come ha giustamente intuito Machiavelli, è una diuturna lotta tra “virtù” e “fortuna”, tra casualità e razionalità. Soprattutto quella del politico, dell’uomo d’affari, del poliziotto: di quanti, insomma, sono chiamati a prendere, spesso sui due piedi, decisioni importanti. E talora dolorose.

È questo, appunto, il dramma del commissario Planté, protagonista di una trilogia romanzesca a cui negli ultimi anni Franco Monero ha lavorato con assiduità. Trattandosi di una serie di “gialli”, per rispetto dei lettori ci asterremo dallo svelarne le trame, ma, soffermandoci sull’ultimo volume finora uscito, ambientato, alla pari dei precedenti, nella Parigi degli ultimi Anni Cinquanta, possiamo confermare che l’interesse dell’Autore verte sul “lato oscuro” della realtà. Dove luce e ombra, male e bene s’intrecciano, a volte inestricabilmente, fino a materializzarsi, per così dire, nell’atmosfera “grigia” della città, quale ci è nota dalle tele degli impressionisti non meno che dai romanzi di Simenon o da tanti film del secondo dopoguerra.

Ma anche da Ungaretti, in fondo, che nel “torbido” della Senna si era, per sua stessa ammissione, “rimescolato” e “conosciuto”. Lo sfondo ambientale ha quindi una sua valenza simbolica, che coincide con quella delineata dal mescidarsi continuo delle due aree semantiche del buio e della luce, dell’alto e del basso. Non è un caso che sia il protagonista sia l’antagonista provengano da una analoga traumatica esperienza per divergere poi radicalmente: il primo risalendo a fatica, grazie anche all’amore dei familiari, dall’abbattimento in cui è caduto; il secondo, incapace di elaborare il lutto che lo ha colpito, sprofondando nell’odio e nella disperazione. Questi, Julien, si chiude in sé stesso, in una cupa solitudine, nutrita di amari ricordi, senz’altro futuro che quello nichilistico della vendetta; Planté si apre agli altri e nel ricordo (nell’esempio) del padre trova uno sprone a lottare contro il male. Egli, a ben vedere, non è affatto un eroe, ma, nonostante la fragilità e l’inquietudine che lo contraddistinguono – somatizzate in un perenne stato di debolezza febbrile – non desiste da un impegno professionale che ai suoi occhi assume il carattere di una missione.

La simmetria di partenza evolve in antitesi, ma caso vuole che da essa germini in seguito un’altra simmetria: quella della scelta che torna a riproporsi. Il ritorno del rimosso, si direbbe. Senonché la scelta, questa volta, è impossibile: questa volta a Planté non resta alcuna decisione razionale da prendere. L’aut aut è inemendabile; l’esito, tragico in ogni caso. Tanto che a toglierlo dallo strazio disumano a cui soggiace interviene una sorta di deus ex machina sotto le specie del redivivo: un escamotage autorizzato da illustri precedenti, che vanno da Dumas a De Marchi. Qui, del resto, rispolverato non senza un guizzo d’ironia. Come un coniglio che un prestigiatore compiaciuto della propria bravura estragga dal cilindro. Con sovrana leggerezza, en souplesse.

La narrazione, sincopata, ha un taglio cinematografico. Agli attentati terroristici che colpiscono direttamente le sedi della polizia e alle misteriose sparizioni di bambini su cui Planté si trova a investigare, s’intrecciano nel libro altre due vicende: la prima ha per soggetto “un tipo strano” che convive con un invisibile fratello e si porta dietro le stigmate di un passato a dir poco infamante; la seconda si incentra invece su un gruppo di adolescenti che pian piano dai giochi spensierati passano al piacere delle piccole trasgressioni e, almeno in un caso, ai primi turbamenti d’amore. Sono, queste storie, i diversi fili che il narratore alterna, con una certa maestria, ora per variare ora per complicare l’arazzo che viene intessendo, in una insistita ricerca dei chiaroscuri, e lo spazio dedicato all’amore tra Dominique e Victoria, così tenero e struggente, sembra accendere una luce di speranza in un ambiente che, per molti aspetti, si rivela depresso e deprimente. Anche qui non mancano gli ostacoli e non mancano gli oppositori, ma l’amore riesce ad averne ragione: l’amore – come insegna Christine al ragazzo da lei adottato – sa andare “oltre i giudizi e i pregiudizi delle persone. Fino in fondo”. Omnia vincit amor, insomma: proprio come nelle fiabe. Basta crederci. E Christine, che dall’amore di Planté è stata redenta, lo sa bene. Da lei viene il messaggio più positivo del romanzo. E Dominique ne fa prontamente tesoro.

Se la narrazione procede per spezzoni, passando dall’una all’altra vicenda, da un personaggio all’altro, in una assidua soluzione di continuità, che consente pure frequenti analessi e retrospezioni, l’attenzione precipua del narratore si focalizza su Planté, attorno al quale ruota un’assortita schiera di personaggi, alcuni dei quali pittoreschi nelle loro manie, nei loro vezzi o vizi, a cominciare dall’ispettore Giround, una macchietta che sfoga in un’incontenibile (e comica) bulimia la nevrosi di un frustrante ménage coniugale. Tra questi personaggi – diciamo così – di contorno figura pure l’immancabile “politico”, un pilatesco prefetto che, preoccupato unicamente dell’opinione pubblica, tende a scaricare sui sottoposti ogni responsabilità. Una figura, anche questa, che ci è ben nota, e non solo dai film o dai libri. Ma anche l’etica della responsabilità – magistralmente teorizzata da Max Weber – ha i suoi limiti, connaturati alla fondamentale insipienza degli uomini, i quali – almeno a dire di Guicciardini – sono “al buio delle cose”. Così che a volte dal male nasce il bene e viceversa. I filosofi, al riguardo, parlano di eterogenesi dei fini. E lo scopre anche Planté, quando, senza minimamente sospettarlo, consegna la moglie e la figlia nelle mani di chi lo odia a morte. Anche in questo caso la scelta più ovvia e all’apparenza sensata si rivela nefasta. Un azzardo.

Franco Monero, La scelta di Planté, Oakmond Publishing, Günzburg 2018


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