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Per cominciare, riteniamo utile partire dall’interrogazione che si poneva il Manzoni nelle sue riflessioni sul «vero storico»:

[…] alla fin fine, che cosa ci dà la storia? ci dà avvenimenti che, per così dire, sono conosciuti soltanto nel loro esterno: ci dà ciò che gli uomini hanno fatto. Ma quel che essi hanno pensato, i sentimenti che hanno accompagnato le loro decisioni e i loro progetti, i loro successi e i loro scacchi; i discorsi coi quali hanno fatto prevalere, o hanno tentato di far prevalere, le loro passioni e le loro volontà su altre passioni o su altre volontà, coi quali hanno espresso la loro collera, han dato sfogo alla loro tristezza, coi quali, in una parola, hanno rivelato la loro personalità: tutto questo, o quasi, la storia lo passa sotto silenzio; e tutto questo è invece dominio della poesia.

Il compito, per non dire l’essenza, della poesia non è tanto quello di inventare i fatti, quanto quello di «indagare sui sentimenti con cui gli uomini vivono gli avvenimenti e su quegli aspetti della storia che sfuggono alla storiografia vera e propria».

Le nude certezze della storiografia vanno quindi integrate dall’esprit de finesse del poeta, che sa scandagliare in profondità l’animo degli attori in campo.

Non tutto, del resto, è documentato e documentabile. La storia ha le sue, inevitabili, lacune, i suoi vuoti. E per questo l’autore dei Promessi Sposi, in vista di una «storia più ricca, più varia, più compita», esortava a ricercare e indagare i «materiali» «con un proposito più vasto e più filosofico», a frugare «ne’ documenti di qualunque genere», facendo «diventar documenti anche certi scritti, gli autori de’ quali erano lontani mille miglia dall’immaginarsi che mettevano in carta de’ documenti per i posteri».

Ed anche in questo caso, là dove non arriva, con i suoi strumenti, la certezza dello storico, può sopperire, cum grano salis, l’invenzione del poeta. Che non è – si badi bene – mero arbitrio, ma, se mai, rispetto della verosimiglianza, congettura sensata e plausibile. Degna, insomma, di credibilità.

​È ben questo il metodo che – per sua stessa ammissione – ha seguito Graziella Rivera nello scrivere La strada del Fiammingo, un componimento misto di storia e di invenzione, nell’accezione manzoniana dell’espressione, inteso a ricostruire “dal di dentro”, come solo può fare un romanziere, l’avventura terrena di Jean de Wespin detto Tabaguet, lo scultore fiammingo che tanta parte ebbe nell’erezione del Sacro Monte di Crea e del Sacro Monte di Varallo.

Chi della storia abbia solo una visione manualistica, per forza di cose schematica e spesso sommaria, leggendo questo romanzo potrà, con sua grande sorpresa, scoprirne la vitalità, l’esuberanza, non solo sentimentale, che la pervade e che immancabilmente conquista il lettore, fino a dargli l’impressione (o l’illusione?) di essere personalmente trascinato altrove, in un’altra epoca, a vivere ed assaporare temperie ed emozioni che parevano irrecuperabili. O inaccessibili.

Chi ha una certa età e qualche dimestichezza con i fumetti ricorderà certamente Pier Cloruro de’ Lambicchi, il bizzarro scienziato ideato da Giovanni Manca per il Corriere dei Piccoli che con una pennellata di “arcivernice” trasformava le immagini dei quadri in personaggi in carne e ossa. Solo che, strappati o, per meglio dire, estrapolati dal loro contesto e calati in tutt’altra realtà, essi risultavano ridicoli e inadeguati tanto da combinare un mare di guai.

Al contrario, Graziella Rivera resuscita felicemente, per forza di scrittura, un periodo storico particolarmente tumultuoso – quello tra Cinque e Seicento – che, pur tra guerre, pestilenze e devastazioni di ogni genere, in Piemonte e Lombardia vide sorgere dall’afflato religioso della Controriforma «il Gran Teatro dei Sacri Monti», in un fervido fiorire di cantieri dove, in un assiduo andirivieni, affluivano progettisti, fabbricieri, artisti, maestri e maestranze di varia provenienza.

A volte si trattava di nomi famosi: come quelli di Federico Zuccari, di Guglielmo Caccia detto il Moncalvo, del Morazzone, dei Della Rovere, dei Prestinari o degli stessi Tabacchetti; non mancava tuttavia una folla di personaggi minori – frati, mercanti, artigiani, speziali ed altra gente “meccanica e di piccol affare” – di cui la storia ufficiale, soprattutto quella degli “eroici furfanti”, non si cura o di cui rimane traccia saltuaria in qualche documento d’archivio, magari dilavato e corroso dal tempo.

Ebbene, anche a costoro la pietas della nostra scrittrice riconosce piena dignità, ridando loro vita e volto. Anch’essi sono personaggi in cerca d’autore, larve umane che si affollano intorno a lei, alla stregua delle ombre dei morti che nell’Ade omerico assediano Ulisse impetrando da lui una stilla di sangue in grado di restituir loro, per qualche istante, memoria e consistenza.

L’inchiostro allora si scongela e si fa sangue, flatus vocis, umana presenza.

Quando poi parliamo di documenti, non intendiamo solo quelli conservati negli archivi di Stato, delle diocesi o delle parrocchie. La Riviera ovviamente attinge ad essi, così come ha ben presente la folta bibliografia che concerne i luoghi, i periodi e i personaggi considerati, ma va oltre, ispirandosi – in particolare per descrivere il Brabante o, più in generale, le Fiandre che fanno da sfondo alle vicende giovanili di Jean de Wespin e della sua famiglia d’origine – ai quadri e alle incisioni dei pittori fiamminghi, ai tesori d’arte tuttora conservati nelle chiese di Dinant, nei musei di Anversa o di Liegi.

Tra le sue mani anche una stampa, un’immagine, qualunque oggetto serbi il pathos o la patina della storia diventa strumento per evocare medianicamente il passato. Che ci viene così rappresentato nella vividezza dei suoi colori, nella fragranza dei suoi profumi, in tutta la ricchezza, insomma, delle sue sfaccettature, delle sue luci e delle sue ombre.

Quasi un caleidoscopio, a dar vita al quale collaborano suggestioni letterarie, reminiscenze d’infanzia, un gusto – se vogliamo – barocco per i dettagli e per il loro accumularsi, a tratti ossessivo, e peraltro lessicalmente delibati nella loro dovizia, con intarsi citazionali e screziature multilingui.

Non di rado il racconto si focalizza sul protagonista, che ora si lascia nostalgicamente andare a ricordi e rêveries, ora è invece oppresso da incubi che si risolvono in grottesche, angosciose pantomime. È quanto avviene allorché Jean, stressato e pressato dagli impegni eccessivi, cade vittima di un humor melancholicus, che lo sprofonda in una grave depressione.

Attorno a lui, che lascia ventenne il natìo Brabante per approdare in Italia e qui alternarsi, in un’assidua spola, tra Crea e Varallo, si muove una selva di personaggi. Con alcuni di essi – si pensi ad esempio al Moncalvo e al Morazzone – Jean collabora, con altri si incontra, più o meno occasionalmente, scambiando opinioni, condividendo a volte eventi e occorrenze di rilievo, sempre attento a cogliere spunti utili per il proprio lavoro di scultore che sa innestare invenzioni o soluzioni di fantasia su una solida base realistica, sì da rendere credibili i moduli e i modelli scritturali (e devozionali) che gli ecclesiastici si premurano di fornirgli.

Tocca infatti alla scienza e alla sapienza dello “scultore dotto” imprimere ai gruppi statuari via via commissionatigli per le cappelle dei Sacri Monti quel tanto di pathos naturale che possa commuovere i fedeli e incrementarne “con sottil arte” la devozione.

Secondo gl’insegnamenti di Gabriele Paleotti, che auspicava un’arte semplice, chiara, a tutti comprensibile, in grado di «mostrare i moti interiori, di dipingere l’affezione degli animi e i loro effetti», così da «generare honesti sentimenti».

È lo stesso Jean, che nel frattempo ha messo su famiglia, a chiamare in Italia il fratello Nicolas, perché lo affianchi nella straordinaria impresa. I due, però, sono molto diversi: Jean ha una concezione severa dell’arte e si consuma in una tormentosa ricerca della perfezione, mentre il fratello più giovane affronta il lavoro con serena levità.

Non c’è rivalità fra di loro, ma, dopo che anche Nicolas si sarà sposato con una donna di Forneglio, qualche screzio li dividerà.

Nicolas, con colpevole leggerezza, giungerà addirittura a muover causa a Jean, il quale se ne risentirà amaramente. E, profittando anche della vaghezza dei documenti a noi pervenuti, che non chiariscono le vere ragioni del conflitto fraterno, la Riviera ha buon gioco a congetturarle, ma soprattutto a mettere quindi in scena, con grande finezza psicologica, la commovente riappacificazione tra i due.

Sapiente è poi la scrittrice nelle rappresentazioni di masse in movimento, si tratti di lavorazioni, di feste, di sfilate, di processioni, di sacre rappresentazioni, di mercati paesani, di fastosi passaggi di cortei principeschi.

Anzi, in tali casi, il suo gusto per le elencazioni ha modo di esaltarsi, indugiando su un’infinità di particolari e indulgendo, con aria di provetta cerimoniera, alle rassegne, alla descrizione puntuale delle fasi o dei momenti in cui si articolano le varie manifestazioni.

L’attenzione è la stessa che ella mette nel delineare i paesaggi, nel rappresentare la vita quotidiana, nel tratteggiare la fisionomia dei personaggi.

E nell’evocare gli sfondi culturali, la ricchezza di tradizioni, di miti e di riti, non soltanto cristiani, che caratterizzano i vari ambienti, dove persistono credenze e superstizioni, eresie e divisioni religiose, da cui le guerre che di continuo si accendono, in un vorticoso ridisegnarsi di alleanze, traggono, se non vere motivazioni, fomenti e pretesti per sfrenarsi e incrudelire.

A pagarne le conseguenze sono come sempre le popolazioni inermi, ma anche i paesi e le opere d’arte. Gli assedi che mettono a dura prova Moncalvo non risparmiano nemmeno il Sacro Monte di Crea.

Nemmeno le cappelle che l’arte dei Tabachetti, del Moncalvo, dell’Alberini e di altri numerosi maestri aveva adornato, dando plastica e pittorica evidenza alla fede cristiana. Ma all’epoca tutti questi artisti erano già scomparsi. Restava, sì, il convento delle Orsoline e restava, a continuare l’opera del padre, suor Orsola Maddalena Caccia, al secolo Theodora, ma gli anni fervorosi che avevano visto il Sacro Monte fiorire di vita e di fabrile alacrità erano solo un ricordo.

Come restava un ricordo, nella mente della suora pittrice, il complimento di cui Jean aveva gratificato il suo primo quadretto. Ma allora lei era Dorina, una vivace e svelta figurina di fanciulla quale solo alla fantasia di una romanziera poeticamente dotata come Graziella Riviera poteva arridere.

Graziella Rivera, La strada del Fiammingo. Dal Brabante al Monferrato: i Tabachetti di Fiandra, Centro Studi Piemontesi, Torino 2017.


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