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Firenze chiama, Milano risponde: dopo l’esaltante festilval rock nel capoluogo toscano, dal 21 giugno al 24 giugno si è tenuto un altro importante evento dedicato alla musica live, stavolta nel capoluogo lombardo: si tratta degli I Days.

A differenza dello scorso anno, la location cambia, passando dall’autodromo di Monza all’area in cui nel 2015 sorgeva l’Expo: una zona riqualificata per poter contenere l’assalto di 200.000 persone, assetate di rock, nel corso dei 4 giorni.

Un’altra differenza, rispetto allo scorso anno, è la presenza di due stage: il primo nella zona dell’anfiteatro, usato per 3 date su 4, e il secondo nella zona più ampia dell’Expo, molto più grande rispetto al primo ed usato unicamente per la prima delle tre date italiane dei Pearl Jam.

Primo giorno, giovedì 21 giugno:
dopo la lunga camminata che porta dai parcheggi, passando per la metropolitana milanese, fino all’arena, finalmente ci troviamo di fronte al primo stage su cui si esibiranno i primi artisti in programma.

La band inglese degli Slydigs inaugura questa edizione del festival: con il loro alternative rock veloce, misto al pop, ci portano fino al primo grande nome di questa kermesse, ovvero Richard Ashcroft. L’ex leader dei Verve si presenta sul palco munito esclusivamente di chitarra acustica, ma non mancheranno i classici della sua vecchia band, come “Lucky Man” e “Bitter Sweet Symphony” rivisitati in chiave acustica.

Alle 19.30 tocca al più giovane dei fratelli Gallagher, Liam, fare il suo ingresso trionfale, tra il boato dei fan degli Oasis: però i primi brani saranno tratti dalla sua ultima fatica in studio, ovvero “As You Were”, tra cui spiccano “Wall of Glass” e “For What It’s Worth”, ma in chiusura di set non si dimenticherà di proporre i classici degli Oasis, come “Wonderwall”, “Supersonic” e “Whatever”.

Al calar delle luci l’arena è gremita e il pubblico è pronto ad accogliere gli headliner di questa prima giornata all’insegna del rock: i The Killers. La band di Brendon Flowers attacca con “The Man”, dall’ultimo album, e “Somebody Told Me”, un salto nel passato al loro primo album. Un’illuminazione degna di Las Vegas, città di provenienza dei The Killers, accompagna la hit “Run For Cover”, purtroppo insieme ad un calo di voce del frontman della band. Si arriva ad un altro grande classico come “Human” e subito dopo c’è il tributo del batterista Ronnie Vannucci all’amico Brandon: ebbene sì perchè oggi è il suo 37° compleanno e il suo amico d’infanzia gli intona “Happy Birthday to You”. Ci stiamo avviando a notte inoltrata e Brandon Flowers si presenta in completo dorato per l’ultima “All These Things That I’ve Done”, ma ci sono ancora i bis nei brani “The Calling”, “When We Were Young” e la celeberrima “Mr. Brightside”, primo singolo dei The Killers: per molti è un finale scontato, ma per i veri fan è il migliore che si possa desiderare.

Secondo giorno, venerdì 22 giugno:
rispetto al giorno precedente, ci spostiamo nel secondo stage, molto più grande ed imponente, pronto ad accogliere Eddie Vedder con i suoi Pearl Jam.

Apre la giornata il cantautore bresciano Omar Pedrini, ex leader dei Timoria, seguito dai Lany e dai The Last Internationale.

Da sottolineare la performance di Catfish and the Bottleman che ci catapulta con una carica di energia all’ultima band di apertura della giornata: gli Stereophonics.

Alle 19.30 la band gallese capitanata da Kelly Jones sale sull’immenso palco degli I Days e apre il suo set con “C’est La Vie”, brano del 2015 ma già un classico, e “Caught By The Wind”, dall’ultimo album in studio. Non manca ovviamente un altro classico degli Stereophonics, “Maybe Tomorrow”, mentre il concerto si concluderà dopo poco più di un’ora con la mitica “Dakota”.

Si avvicinano le 21.15 e tra i fan inizia ad insinuarsi un dubbio: ce la farà Eddie Vedder a reggere un intero concerto dopo il forfait di qualche giorno fa a Londra? Ed eccolo finalmente salire sul palco insieme ai Pearl Jam al completo: dopo qualche parola in italiano (“Nel 1992 abbiamo suonato per la prima volta a Milano. Questa è la prima canzone che suonammo, ora la suoniamo di nuovo e siamo contenti di essere tornati”), il primo brano proposto è la commovente “Release”, con i primi due versi cantati in italiano. Seguono “Do The Evolution” e “Even Flow” tra il boato della folla che viene più volte incitata a cantare. Il concerto lascia molto spazio ai brani più datati e lo stesso Eddie si defila più volte per gli strepitosi assolo di Mike McCready che improvvisamente attacca con “Eruption” dei Van Halen. Ancora il tempo di “Daughter”, dopodichè la scena viene presa da Stone Gossard con la sua “Mankind”. Ed ecco che arriva il momento sentimentale: la moglie di Eddie Vedder, Jill McCormick, viene invitata sul palco con una bottiglia, per festeggiare l’anniversario del loro incontro, avvenuto il 20 giugno del 2000, proprio a Milano. La cosa che fa più scalpore però è la giacca della moglie che riporta la frase “Yes We All Care. Y-Don’t U”, in risposta a Melania Trump. “Porch” e “Alive” ci portano verso la conclusione, non prima di “Rockin in the Free World”, brano di Neil Young, durante il quale Eddie si arrampica sull’infrastruttura del palco: ovviamente l’età non è più dalla sua parte, ma il pubblico apprezza il gesto. I Pearl Jam chiudono il concerto con “Yellow Leadbetter”: tutti si aspettano il bis, ma purtroppo questo non arriva, tra la delusione del pubblico. Poco più di due ore, solo 18 brani, ma in serate del genere, capisci che il rock non è solo durata, ma intensità, e quel che conta è il rapporto che si viene a creare tra chi lo fa e chi lo ascolta.

Terzo giorno, sabato 23 giugno:
si ritorna al primo stage, quello un po’ più piccolo, ma i nomi che ospiterà oggi sono altisonanti: Placebo, Noel Gallagher e, stranamente per un festival a stampo rock, il dj Paul Kalkbrenner.

I primi concerti della giornata sono affidati alla giovane italiana Joan Thiele, all’indie di Isaac Gracie e ai Ride, riunitisi per la seconda nel 2014. La band capitanata dall’ex-Oasis Andy Bell, passato poi dalla parte di Liam come chitarrista dei Beady Eye, precede l’esibizione dei Placebo, tra le più attese dell’intera manifestazione.

Ed ecco la band di Brian Molko salire sul palco degli I Days sulle note di “Pure Morning” e tra l’ovazione del pubblico accalcatosi sotto il palco per sentirli e vederli da vicino. Un set da un’oretta abbondante che prevede i famosi brani “Special Needs“, “Too Many Friends“, “Special K“, “Song to Say Goodbye” e “The Bitter End“. Brian Molko e soci suonerebbero anche due ore abbondanti, ma devono congedarsi e lo fanno con una cover del brano “Let’s Go To Bed” dei Cure e chiudono lo spettacolo con “Infra-Red“, prima di lasciare spazio al maggiore dei fratelli Gallagher.

A nemmeno 48 ore di distanza il palco degli I Days ha visto alternarsi entrambi i fratelli Gallagher: molti tra il pubblico vorrebbero una reunion, ma intanto, alle 21.30 passate, arriva Noel con i suoi fedelissimi High Flying Birds. I tre brani iniziali sono tutti estratti dall’ultimo album “Who Built the Moon?”: “Fort Knox“, “Holy Mountain”, arricchita da una sezione di fiati, e “It’s a Beautiful World” ci tengono agganciati al presente, ma i fan hanno voglia di brani del passato; arriva così “In the Heat of the Moment“, una delle prime hit da solista di Noel, che fa ancora un passo indietro nel tempo tornando agli Oasis con “Little by Little” e “Wonderwall“. “AKA… What a Life!” è l’ultima hit da solista: il concerto volge al termine con “Go Let It Out” e “Don’t Look Back in Anger” degli amatissimi Oasis, ma Noel ha ancora voglia di stupire il pubblico. L’ultimissimo brano è la cover di “All You Need is Love” dei Beatles, brano emblematico che chiude in maniera strepitosa un’esibizione molto romantica da parte di Noel Gallagher e dei suoi High Flying Birds.

L’arena inizia a svuotarsi, ma la festa non è finita:il dj tedesco Paul Kalkbrenner sta per concludere questa terza giornata di I Days. Il nuovo tour del disc jockey, che segue il nuovo album “Part of Life“, trasporta il pubblico verso la notte, anche grazie al suo volto sorridente proiettato continuamente nei maxi schermi. La musica elettronica di Paul trattiene solo la metà del pubblico accorso, ma il boato sul brano “Sky and Sand” si sente forte e chiaro. Senza la maglia della nazionale, ma con una semplice maglia nera, Paul fa partire le prima note di “Aron“, ed è tempo di lasciare l’arena.

Quarto giorno, domenica 24 giugno:
ultimo giorno di I Days che prevede la carica energetica del punk dei The Offspring e lo stoner rock dei Queens of the Stone Age: anche oggi il palco scelto è quello più piccolo, infatti l’affluenza è nettamente inferiore rispetto ai giorni precedenti.

Aprono le danze i CRX, seguiti dai Wolf Alice, ma l’attenzione di tutti si focalizza alle ore 19.45 quando i The Offspring fanno il loro ingresso trionfale sul palco: Dexter, Noodles e compagni danno il via allo show con “Americana“. Una scaletta che non lascia respiro e che fa saltare e ballare i 40.000 presenti: una cover di “Whole Lotta Rosie” degli AC/DC, “Bad Habit“, “Hit That” e “Why Don’t You Get a Job?” sono solo alcuni dei brani che ci accompagnano durante la durata del live. La band californiana potrebbe andare avanti per ore a far scatenare i fan, ma con “Pretty Fly for a White Guy” e “The Kids Aren’t Alright” ci avviamo verso il gran finale: “You’re Gonna Go Far” e “Kid” chiudono il set dei The Offspring tra il boato e i salti della folla.
Alle 21.45 il palco si presenta pieno di led ed ecco comparire Josh Homme e i Queens of the Stone Age: “Go With the Flow” e “Sick, Sick, Sick” aprono un set energetico che incuriosisce molto i presenti. I brani dell’ultimo album “Villains“, considerato già un capolavoro, scaldano il pubblico, che sulle note di “The Way You Used To Do” inizia a battere le mani a tempo; gli straordinari giochi di luci rendono l’atmosfera veramente magica, i suoni e la presenza scenica di Josh Homme rapiscono il pubblico. Sulle note della super hit “No One Knows“, il pubblico e la band si scatenano, e durante uno straordinario assolo del chitarrista, illuminato solo da un faro, Josh Homme si fuma tranquillamente la sua sigaretta e offre da bere whiskey alle prime file. Ancora il tempo di “Make It Wit Chu” e “Little Sister“, prima dell’ultimo brano “A Song for the Dead“: concerto durato solo un’ora e mezza, ma pieno di energia, con una scenografia strabiliante e con un gioco di luci da lasciare senza fiato.


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