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Si scrive per ricreare un ordine per sostituirlo al caos della vita vera. Così ti insegnano alla scuola Holden. Una sorta di training autogeno che risucchia l’uomo verso la necessità impellente della narrazione.

Si raccontano storie per esorcizzare la realtà. Per essere preparati, in un certo senso, alle tragedie di cui presumibilmente, prima o poi, questa esistenza ti omaggerà.

L’immersione in questo mondo parallelo è piacevolissima. Si incrociano persone romantiche con orizzonti color pastello che rincorrono citazioni di Flaubert piuttosto che di Carver. Ma anche personaggi a tinte forti, immersi nella realtà, anch’essa parallela, dei social, dove gli slogan si urlano e dove la realtà si contrasta a suon di immagini e aforismi.

E’ una sorta di fuga da una luce troppo nitida, per addentrarsi nei crepuscoli letterari, infiltrarsi in concetti, giocare con le parole, perdersi nelle oniriche rappresentazioni di poeti trapassati.
Bravi i docenti. A volte più psicologi che tecnici. Perché cavar fuori l’artista che dovrebbe esserci potenzialmente in ognuno di noi, non è una passeggiata.

Affascinante la location dell’Arsenale.
Costare, costa…il corso intendo. Ma i sogni che meritano si fanno pagare. Bisognerebbe solo che si avverassero un po’ più frequentemente.


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