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Sentire la voce di una bambina che passa in bicicletta, e canta una vecchia canzone d’amore. Soffermarsi, lungo un marciapiedi, per guardare un filo d’erba che, con incredibile forza, è riuscito a forare la coltre d’asfalto.

Cogliere un lampo selvaggio negli occhi del proprio gatto domestico. Che, per un attimo solo, sembra rimembrare i propri antenati che vivevano di preda.. Insomma cose comuni, di tutti i giorni, prive di rilievo. Che però, per qualcuno, anzi per pochi possono divenire altro. Possono divenire poesia.

Perché la poesia non è nella cosa in sé, ma negli occhi di chi la cosa guarda. Come, all’opposto, la volgarità. Uno sguardo volgare può rendere pornografico e pruriginoso un nudo di Rodin. Uno sguardo capace di incanto può cogliere la bellezza di un fiore che, come nella canzone di De André, nasce da un mucchio di letame.
Pascoli, commentando alcune famose espressioni formulari della poesia omerica, fa un’osservazione. Omero usa sovente espressioni come “Le donne dalle ben attorte chiome”, “le navi dalle nere carene”; ma ai suoi tempi tutte le navi erano calafatate con nera pece, e tutte le donne raccoglievano i capelli in trecce. Erano cose comuni, ordinarie per tutti. Eppure lui le trasforma in altissima poesia. Perché ha occhi diversi.

Il genere di poesia giapponese più noto, e meno compreso in occidente, è l’haiku. Una lirica di incredibile brevità: tre soli versi, rispettivamente di 5,7,5 sillabe. La totale rarefazione delle immagini. La sintesi più estrema.


La pratica dell’haiku è strettamente connessa alla disciplina zen. Il poeta deve saper cogliere una sensazione, immagine, suono, anche odore. E deve trasferirle in parole prima che queste si trasformino in sentimenti e pensieri. Procedendo per analogie fulminee. Richiede una tecnica raffinatissima, e soprattutto un grande esercizio di autocontrollo. Porsi sul limitare tra coscienza e sensi. E catturare la sensazione. In poeti, e maestri zen, come Basho e Buson, l’haiku ha raggiunto vertici di assoluto lirismo. Pochi gli occidentali capaci di emularli davvero. Apollinare con i suoi “Alcohols”, più prossime a noi alcune liriche di Creeley. Ma soprattutto l’Ungaretti di “M’illumino d’immenso”. E il Pound di Lustra, “Dormiva accanto a me nell’alba”.

Ma si tratta di dote rara. Non comune neppure fra i poeti, o presunti tali , di mestiere.
E talvolta è possibile ritrovarla in chi poeta non sa neppure di essere. In qualcuno o qualcuna capace di percepire il mondo con sensi incantati. Di provare emozione per il canto di una bambina. Per una musica di fisarmonica fra le montagne. E di trasformarla, senza quasi pensare , in parole.


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