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Guiderdone. Parola ormai in disuso. L’ultimo, importante, a farvi ricorso è stato, a mia memoria, il Leopardi, che quanto ad arcaismi, nella sua prosa, non scherzava. E comunque anche lui lo utilizza , come tutti i moderni, in chiave ironica. Per far satira.

In realtà è termine antico, che nella sua forma originaria, germanica, indicava la “ricompensa”. Quella con cui il capo tribale e, più tardi, il re barbaro, premiava i suoi accoliti dopo la vittoria. Anelli e bracciali, poi anche terre. L’origine del feudalesimo in buona sostanza. Una parola dalla forte valenza politica.

Poi sono arrivati i provenzali. E il significato ha subito una profonda trasmutazione.
La Provenza del XII secolo era la terra dell’Amor Cortese. E delle Corti d’Amore. Un’evoluzione e sublimazione delle rudi tradizioni germaniche addolcite dalla contaminazione con il retaggio latino, in quei luogni particolarmente forte e radicato. Senza dimenticare la prossimità con la Sprgna araba, culla, ancora, di una cultura, di un modo di essere ben più elegante e raffinato di quello di un’Europa uscita da poco dalle invasioni barbariche.

Le Corti erano riunioni, se così vogliamo chiamarle, di dame e cavalieri. Affiancarono, e un po’ alla volta sostituirono, i conviti tra soli uomini. Ove si parlava di guerra, di armi, di battute di caccia. Un mondo simile a quello che già Alceo, a Mitilene, aveva cantato. E che ci ridà la Chanson de geste in lingua d’Oil. Ma la presenza femminile addolcì le corti di Provenza. Mutarono i canti. Mutò il linguaggio. Parole antiche finirono con l’assumere nuovi significati. Nuove sfumature.

Tra queste Guiderdone.
Che mantenne il senso di Ricompensa.
Premio. Ma si confuse con il latino “dono”. Con il colore, dunque, di un gesto liberale, di abbandono, più che di concessione.

Il Guiderdone continuò a premiare la Fedeltà. Ma non più quella del vassallo al signore. Quella dell’Amante all’Amata. O all’Amica, per usare termine caro a Dante.

Divenne il premio per il “Servizio d’amore”: una lunga fedeltà dimostrata nell’amare Lei e solo Lei, nel celebrarla come la migliore fra le donne. Nel vederla come la Donna per eccellenza. Unica e sola.

Certo, il Guiderdone che il Trovatore invocava dalla Donna amata, il premio, muta sostanza nel tempo. Guglielmo IX, uno dei trovatori più antichi, chiede l’abbraccio e l’amplesso. Paragona la donna ad una puledra da domare. Il suo corteggiamento – altra parola che giunge da quelle remote corti – ha ancora i toni della conquista a colpi di spada. Della battuta di caccia. Poi, i poeti divengono più eleganti. Più sottili. È il Fin’amor. Invocano, come premio, solo le labbra dell’Amata. Il bacio. Visto sempre più come incontro di anime. Come affinità elettiva.

Di qui a Goethe, infatti, il passo non è poi molto lungo. È cominciata la nostra civiltà europea. Con la sua condanna alla dicotomia fra corpo e spirito. Dante cercherà solo il Saluto. Ma già Rudel si accontenta di sfiorare la mano di Melisenda, pronunciando le parole: Signora, io vi ho sempre amata. E riceve il guiderdone, un bacio a fior di labbra, prima di morire.

Nella più bellicosa civiltà della Francia settentrionale e della Germania, il guiderdone diventa la motivazione per cui il Cavaliere osa l’impresa. Per cui affronta i draghi. Per cui sfida l’indicibile in nome della Donna. La Cerca del Graal. In Wolfram von Eschembach, grande poeta e cavaliere egli stesso, Parzifal, la prima volta che entra nel Castello, non conquista il Sacro Calice perché ha dimenticato, per un momento, la sua Donna. Nella realtà, nei tornei si scendeva in campo coi colori dell’amata. Ancora Julo, nelle Stanze del Poliziano, per poter avere in premio l’amore di Simonetta, deve dare prova del suo valore nella Giostra.

Poi, il significato di Guiderdone è andato perduto. E la parola resta, ormai, come un relitto di un passato in cui l’attesa era importante. Anzi, l’attesa e la fedeltà, lunga e adamantina, costituivano l’essenza dell’amare.
Nel nostro mondo , ossessionato dalla fretta che tutto involgarisce e consuma, è difficile comprenderlo.


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