fbpx


Autunno. Gli alberi appaiono sempre più spogli. Presto solo i sempreverdi esibiranno ancora le loro fronde. Le foglie degli altri saranno volate via nel vento, in un trionfo di toni del rosso e dell’oro, quasi un arazzo rinascimentale, o un tappeto giunto dalla lontana Bukhara.

Trionfo breve. Rapide cadono, e la pioggia le fa marcire. Divengono una specie di cenere umida, e vengono assorbite dal suolo. E gli alberi restano li, in attesa, lunga ed estenuante, delle prime brezze primaverili. E dei nuovi germogli.

Gli alberi sono una presenza costante nelle nostre vite. Una presenza della quale, usualmente, non siamo coscienti. Come di molti altri esseri intorno a noi. Eppure, sono sempre lì, accanto a noi. E nel loro ciclo vitale ci segnalano il mutare delle stagioni. Ci ricordano lo scorrere del tempo. O meglio, il suo continuo avvolgersi su se stesso.

Un tempo, quando nella civiltà contadina gli uomini per lo più trascorrevano l’intera esistenza nello stesso luogo, se non addirittura nella medesima casa, gli stessi alberi ti accompagnavano dalla culla alla tomba. Proteggevano i giochi dell’infanzia, come ricorda Carducci dialogando coi pioppi di San Guido. E consolavano con le loro molli ombre le tombe. Come ricorda il Foscolo.

Nelle fiabe popolari gli alberi sono esseri vivi. Enti coscienti e pensanti. Capaci di agire ed interagire magicamente con noi. Ma non sempre sono benevoli. Anzi. La Ballata del Re degli Ontani di Goethe allude proprio a questo potere nefasto dell’Ontano. Sotto la cui ombra è pericoloso addormentarsi, come dice George Mac Donald in Anodos. Perché lo spirito dell’albero potrebbe rapire la tua anima. E Mac Donald, strano matematico e teologo scozzese oggi dimenticato, ispirò Chesterton e Mark Twain e fu sopratutto amato dai famosi Inklings. Tanto che C. S. Lewis lo considerava il suo maestro, e lo stesso Tolkien riprese più di uno spunto dalle sue fiabe gotiche e fantastiche. Barbalbero ne è la riprova.

D’altronde tutti questi inventori di moderne fiabe conoscevano bene la tradizione antica e i miti , numerosi e complessi, intorno agli alberi. Dalle Driadi, leggiadri e sensuali spiriti femminili, al culto dei druidi che, appunto, si svolgeva nei boschi. Tanto che Druido deriva, probabilmente, proprio da Albero. Culto comune ai popoli germanici. Che veneravano gli dei negli alberi. E in antico anche a greci ed italici. Come dimostra l’ oracolo di Zeus a Dodona, dove i Selloi, più sciamani che sacerdoti, profetavano standosene arrampicati sulle sacre querce.

Ma non serve ricorrere ai miti. Basta inoltrarsi in un bosco in autunno. Quando più vasta è la solitudine, e più profondo il silenzio. E sostare. Attendere. Tra il fruscio delle foglie che cadono, il guizzo affannato di un ultimo scoiattolo, si potrà udire come un mormorio. Inizialmente indistinto, tale da sembrare semplice eco del vento. Ma se porgeremo orecchio, potremmo cominciare a distinguere delle parole. Pronunciate in una lingua molto più antica, e armoniosa, di quelle umane. Buzzati forse riuscì a coglierle. Era cresciuto a Belluno. Tra i boschi delle Dolomiti. E forse vide davvero gli spiriti degli alberi antichi, grigi come nebbie, raccogliersi intorno ad un abete troncato dalla scure degli uomini. E piangere. Il segreto del Bosco Vecchio è fiaba. Fiaba densa di presenze ed echi magici. Certo, in città è diverso. Troppa confusione. Troppe voci e rumori. Eppure, rientrando nella notte, è forse ancora possibile cogliere il sospiro di un pioppo sul ciglio della strada. Un sospiro chi ci narra storie molto antiche.


Reader's opinions

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *



Maina

ElecTO Radio

Current track
TITLE
ARTIST