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Giugno 1978: sotto gli occhi inconsapevoli di milioni di telespettatori e quelli disinteressati di migliaia di giornalisti, in Argentina si disputa l’undicesima edizione dei campionati mondiali di calcio in un clima di pesante repressione.

La giunta di Videla, al potere da due anni dopo un golpe militare, ha “normalizzato” la caotica situazione politica con uccisioni sommarie, migliaia di carcerazioni degli oppositori e di sparizioni: il tristemente famoso fenomeno dei desaparecidos.

Giugno 2018: a quarant’anni dal Mundial a Buenos Aires scompaiono alcuni ragazzini e l’investigatore privato Josè Cavalcanti, incaricato di rintracciare il dodicenne Pablito dalla madre, sua ex fiamma, scopre con raccapriccio che si tratta dei nipoti di ex militari e personaggi comunque compromessi, a suo tempo, con la dittatura.

Ruota intorno a questo paradossale espediente narrativo il romanzo “Il profumo dell’ultimo tango” di Gian Luca Campagna (Historica Edizioni).

E’ l’azione di un folle? Il gesto criminale di una spregiudicata banda di estorsori? Oppure la vendetta postuma di vittime del regime militare?

Campagna – scrittore, giornalista e noto animatore culturale, da anni a Latina cura il festival Giallo Latino – utilizza lo spunto poliziesco per affrontare il tema della storia, della memoria, della vendetta e dell’oblio.

L’intero romanzo è sospeso fra il dramma degli eventi di quarant’anni fa e l’ironia surreale dei personaggi contemporanei, protagonisti di questa singolare indagine che si svolge nella Buenos Aires dei giorni nostri, nel quarantennale dei campionati del mondo vinti dalla albiceleste di Cesar Luis Menotti.

Una città sviscerata che l’autore dimostra di conoscere a fondo, tratteggiata in modo tutt’altro che turistico e oleografico.

L’autore si specchia nel protagonista del romanzo, uno scalcinato detective di origine italiana segnato dalla scomparsa di una sorella maggiore e dal suicidio del padre, incapace di affrontare la realtà.

Un personaggio, Josè Cavalcanti, che per certi versi ripercorre taluni luoghi comuni del genere noir e hard-boiled (tabagista incallito, cinico ma romantico, donnaiolo e dalla sbornia facile), eppure sorprende per una certa disinvoltura che se ne infischia dei paraocchi della correttezza politica, specie in un’epoca nella quale anche le figure di carta dei gialli devono forzatamente rientrare in alcune categorie: detective donne, gay, disabili, appartenenti a minoranze etniche e comunque perfettamente in linea con il pensiero mainstream.

Intorno a Cavalcanti si muovono personaggi surreali senza mai diventare grotteschi, nei quali si intuiscono la citazione e l’omaggio ad alcuni autori amati da Campagna, in primis Osvaldo Soriano e Manuel Vazquez Montalbàn.

Ecco allora il procuratore sportivo italiano, che da decenni batte i campi di periferia di Buenos Aires alla ricerca di un nuovo Maradona e di un amore perduto; l’aiutante cuoco che nasconde un passato tragico; l’ex terrorista neofascista che per salvarsi dall’estradizione si finge pazzo e da trent’anni vive in manicomio. E ancora femmes fatales carrieriste e affamate di sesso, vecchi torturatori in disarmo, allenatori di calcio pedofili, effeminati gestori di locali notturni e una coppia di enormi cani – dogo argentino, ça va sans dire – che spaventa chiunque.

«Nel libro ho voluto raccontare la farsa dei Mondiali di calcio in Argentina – aggiunge Campagna – nei quali è stata celebrata la dittatura militare di Videla e dove il mondo ha avallato i suoi crimini. Lo sport più bello e sociale del mondo strumento di propaganda e di consenso verso le masse. Ma la trama de “Il profumo dell’ultimo tango” va anche controcorrente: nei buoni troverete metastasi da carnefici e nei cattivi tracce di bontà, sennò che seguace del noir sarei?».

Un romanzo consigliato a chi ama le pagine di Soriano, Bukowski e Vazquez Montalbàn. A chi si commuove con i vecchi tanghi di Piazzolla e Gardel. A chi ricorda con rimpianto le emozioni del calcio che fu, prima che lo trasformassero in una specie di playstation. A chi non si accontenta delle stantie ambientazioni scandinave e anglosassoni, che ormai hanno stufato.

Ed è infine consigliato a chi, come l’autore e il sottoscritto, nel 1978 faceva le ore piccole davanti al televisore per guardare il Mundial. Ma anche a chi all’epoca ancora non c’era e oggi vorrebbe sapere e capire cos’è accaduto.


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