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Sono trascorsi 16 anni dal primo gennaio del 2003 quando Giorgio Gaber se ne andò.

Sedici anni eppure molte delle sue canzoni di denuncia sembrano scritte ora, per smascherare le ipocrisie del quotidiano, la decadenza infinita di un popolo che è stato grande.

Nato a Milano nel 39, Gaber non ebbe una sola carriera musicale ma numerose e tutte di successo. Da chitarrista a interprete rock, da cantante romantico a narratore della vita quotidiana milanese.

Già, la Milano di fine Anni 50 e inizio 60. La città dei Trani, dei piccoli furti al Giambellino, di Porta Romana e delle serate trascorse nei bar. Ma anche la Milano dove un giovane di una famiglia piccolo borghese poteva ritrovarsi a suonare con Jannacci, Celentano, Reverberi, Tenco.

Gaber approda in Rai anche con scelte coraggiose in quella televisione rigorosamente democristiana. Come quando, ad esempio, riunisce un gruppo eterogeneo composto da Jannacci, Pisu, Toffolo, Profazio e tutti insieme intonano Addio Lugano bella.

È la vera anima di Gaber che emerge, d’altronde lui è un ammiratore di Jacques Brel e delle atmosfere della rive gauche parigina (anche se Brel era belga).

Ed emergono temi sociali anche in brani considerati banali canzonette, a partire da Come è bella la città, ma anche Riccardo e Barbera e Champagne. O in Suona chitarra cantata con Pippo Franco.

Ma all’apice anche di questa carriera, nel 70 decide che ne ha abbastanza della tv e sceglie il teatro. Anzi, il teatro canzone che vede l’esordio del Signor G. Abituato ai trionfi passati, Gaber è deluso per lo scarso seguito del pubblico. Ma è solo un attimo. E chiede a Sandro Luporini – con cui aveva scritto due canzoni – di collaborare alla creazione dei testi per i nuovi spettacoli.

Ed è di nuovo trionfo, il trionfo dell’intelligenza. Un percorso lungo, travagliato ma sempre di altissima qualità. Prima spettacoli vicini al Movimento, alla contestazione compresa quella più dura. Ma poi, progressivamente, il distacco provocato dalla delusione per il nuovo conformismo, per una rivoluzione che era solo una farsa, per un cambiamento che era solo di facciata.

Gaber e Luporini ironizzano sui “reduci”, sugli intellettuali rossi, su chi nasconde il nulla personale con barbe d’ordinanza. Portano sul palco, e nei dischi, anche Céline (con un clamoroso errore di data in un riferimento a Gozzano).

La critica, così osannante per il teatro canzone vicino al Movimento, si raffredda per il nuovo corso. Soprattutto quando Gaber recita Io se fossi Dio. Brano durissimo su Moro dopo l’assassinio del politico democristiano, ma durissimo su tutti, giornalisti compresi. Ma se perde parte del favore della critica, diventa sempre più il punto di riferimento per chi sa usare il cervello al di là degli schieramenti.

Non è per tutti, Gaber. È spiazzante, provocatorio. Ironico, tenero. Nemico dei luoghi comuni, delle frasi fatte, di un giornalismo falso e servile, di giovani privi di slancio, di una cultura conformista.

Nemico di tutto? Forse. Ma resta sempre, in fondo, un barlume di speranza. Restano le sue canzoni, il suo invito a pensare, a non trasformarsi in polli d’allevamento. Ma questa Italia vuole davvero la libertà di pensare?


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