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Viviamo, ordinariamente, nella folla. Tranne pochi fortunati, naturalmente. Che per scelta, o casi della vita possono concedersi ancora una dimensione, per così dire, umana. Che non è quella della grande città, della fretta, della confusione…

La megalopoli, il modello sociale ed urbanistico verso il quale l’uomo sembra ormai irrimediabilmente avviato, non è la nostra dimensione naturale.

Non siamo api o formiche, diceva Ernst Junger. Siamo mammiferi. E i mammiferi vivono in piccoli nuclei familiari, clan, al massimo branchi. Quando non sono solitari, come (proverbiale) l’orso. Che, per altro, un precursore di Darwin, l’eccentrico Lord Monboddo – James Burnett, uno dei padri della moderna linguistica comparata – considerava l’animale più simile all’uomo. Forse vi intravedeva tracce del suo carattere.

Comunque, sembra che la nostra condanna sia la folla. E il disordine. Perché, appunto, non siamo api. Non siamo in grado di costruire una società perfetta, un meccanismo che non si inceppa, che funziona al di là, e al di sopra dei singoli. L’ammirazione per le api deriva, anche, da questo. Dalla perfezione del loro modello sociale. Rileggete, o leggete, Virgilio, il IV libro delle Georgiche.

Ma le api non hanno individualità. Sono una mente ed una coscienza collettiva. Noi siamo l’animale – che poi vuol dire “dotato di anima” – che più di ogni altro ha sviluppato il senso dell’individualismo. La grande contraddizione, se vogliamo la tragedia, sta nel fatto che siamo anche un “animale politico”. Ovvero che vive nella “città”. Il cui habitat è la vita sociale. Questo lo scrisse Aristotele. E Aristotele è “il maestro di color che sanno”.

Neppure lo Stagirita, però, poteva prefigurarsi la follia della grande città moderna. Che è la follia della folla, per giocare con le parole. Altra grande aporia: individualisti, per natura e destino, siamo costretti in un contesto che schiaccia l’individualità, la comprime e la disgrega. Senza darci, in cambio, il perfetto ordine degli apiari. Ma solo caos, sporcizia, fatica. Fatica di vivere. Che è poi la condizione che si percepisce ogni giorno sui volti degli uomini e delle donne, nella nevrosi del traffico , sui mezzi pubblici stipati all’inverosimile, nei luoghi di lavoro…

È una fatica tutta particolare. Non quella degli uomini di un tempo, che conducevano vite ben più dure ( e brevi ) delle nostre. La loro era fatica fisica. La nostra è ben altra cosa.

La tecnica ci ha ormai sollevato da quella fatica. Le macchine hanno sostituito gli schiavi, anche se, sempre più spesso, ne diventiamo dipendenti come da droghe. E con ragione Arnold Gehlen ha scritto che la tecnica è, ormai, per l’uomo Natura Seconda. Non siamo più in grado di vivere senza le macchine. Sono per noi essenziali come l’acqua per i pesci.

La nostra fatica è altra cosa. È interiore. La condizione dell’anima compressa dal mondo circostante. Difficile da sopportare. Di qui i crolli psicologici, le nevrosi. Basta guardare gli occhi delle persone. Sono vitrei. Sembrano balzare fuori da Metropolis, l’incubo surrealista di Lang.
La sensazione è che tutti, o quasi, si sentano imprigionati in un tunnel. Lungo. Senza fine. Oscuro.

Ma più che un tunnel è un labirinto. Un dedalo di corridoi senza sbocchi. Ci aggiriamo al suo interno come Asterione, il Minotauro di Knossos. Furenti e impotenti. E, come l’Asterione di Borges, attendiamo la spada di Teseo. Che ci liberi, finalmente, dalla nostra prigione. Ma Teseo siamo sempre noi. Il paradosso sta proprio in questo. Siamo il Minotauro e, al contempo, l’eroe che lo sconfigge. E uccide. E il labirinto non è la città. Il tunnel non è la vita. È la nostra mente. Dalla quale non possiamo illuderci di fuggire come Icaro, con ali di cera. Perché si scioglierebbero al sole. E noi precepiteremmo. Dobbiamo affrontare il Mostro , la bestia delle nostre paure. Ucciderla. E sbrogliare il contorto e aggrovigliato filo delle nostre vite.


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