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L’affondamento del Titanic, avvenuto il 15 aprile 1912, ha prefigurato agli occhi di molti la fine della Belle Époque e delle fulgide illusioni alimentate da quarant’anni di pace e da una inconcussa fede nelle magnifiche sorti e progressive dell’umanità, che il positivismo, con l’irresistibile sviluppo della scienza e della tecnica, lasciava un po’ ingenuamente credere fossero ormai alla portata dell’umanità.

La seconda rivoluzione industriale, favorita dalla scoperta di nuove fonti di energia, come il petrolio e l’elettricità, e dall’impiego di nuovi sistemi di comunicazione e di trasporto, trovava la sua consacrazione nella prima Esposizione Universale di Parigi, inaugurata il 14 aprile del 1900.

Parigi si autoproclamava capitale del mondo e, mentre tracciava “il bilancio di un secolo”, prospettava un futuro dorato all’insegna del benessere, della joie de vivre, del piacere.

Per questo lo spirito ottimistico dell’epoca, oltre che nell’Orient Express e nella Tour Eiffel, trovò il suo simbolo ideale nella sfrenata e vorticosa danza del can-can.

Parigi, però, non fu l’unica capitale della Belle Époque: l’altra fu Vienna. Dove sul finire dell’Ottocento erano sorte avanguardie artistiche e musicali, e dove il valzer divenne il Leitmotiv della buona società viennese che ricercava l’evasione, la gaiezza, il piacere e amava le lunghe passeggiate al Prater, le Rosen Moiser, le belle dimore borghesi aperte alle esposizioni dei pittori, le serate in riva al Danubio, i concerti per violino e archi improvvisati nelle strade.

Erano gli anni di Gustav Klimt e degli altri artisti della Secessione, nelle cui opere, al di là dell’estenuato estetismo, vibra un presagio di fine imminente.

Nel loro «stile d’oro», per dirla con le parole di Verlaine, «danza il languore del sole»: lo stesso languore che caratterizza l’Empire à la fin de la décadence.

Ed è significativo – almeno per il senno di poi – che tanto la tragedia del Titanic quanto la fine della Belle Époque si consumassero tra musiche e danze. In uno stordimento inconsapevolmente cercato, frutto di un oblioso e fatale nepente. Quasi a confermare che quos Iuppiter perdere vult, dementat prius: motto che ben si addice a quanti, eroici e meno eroici furfanti, non vollero o non seppero impedire la finis Austriæ e, con essa, il «suicidio dell’Europa».

Perché si ha un bel dire che l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando (e della moglie Sophie) a Sarajevo, il 28 giugno 1914, fu la scintilla che innescò la Grande Guerra; ma poca favilla gran fiamma seconda solo se trova il combustibile cui appiccarsi.

E di combustibile – come hanno dimostrato numerosi studiosi e, sulla loro scia, anche Roberto Coaloa, profondo conoscitore della storia asburgica, in questo suo ultimo volume – ce n’era in abbondanza.

La guerra, troppo spesso evocata e talora anche sfidata o auspicata con colpevole leggerezza, abbisognava solo di un pretesto per scoppiare. Di una goccia che facesse traboccare il vaso. Il processo che portò al devastante conflitto ha in realtà qualcosa di fatale ed è costellato di accidenti che, nella loro apparente casualità, sembrano tuttavia obbedire a un disegno ineluttabile. Solo che questo è il risultato finale. Determinato, a volte, da libere scelte.

E tocca allo storico, allora, esplorare il ventaglio delle possibilità, fino a interrogarsi sulle diverse opzioni che si aprivano agli attori in campo. Sulle loro responsabilità. In questo senso si può dire che la storia si fa anche con i se.

Un po’ di ucronia è quindi indispensabile, se non si vuole ridurre gli uomini a marionette affatto prive di autonomia, di libero arbitrio e, di conseguenza, ridurre la storia ad un percorso senza alternative, a senso unico.

Giustamente, quindi, Coaloa si chiede se, senza l’eccidio di Sarajevo, ci sarebbe stata la guerra, se Francesco Ferdinando avrebbe potuto salvare l’impero austro-ungarico dal tracollo.

Nulla vieta di dare credito al suo personaggio e di propendere per un no nel primo caso, per un sì nel secondo. È un’idea, la sua, che nasce da una rigorosa ricognizione documentaria, di prima e di seconda mano, volta a ricostruire, per la prima volta, la biografia e la personalità dell’arciduca, perché non resti più un famoso carneade.

L’Autore, del resto, è abbastanza smaliziato da non ignorare che «tutte le biografie sono falsificate», in quanto «tutti i capitoli che le compongono sono collegati secondo un’idea assunta a priori, mentre in realtà si collegano quasi sempre in un altro modo, benché nessuno sappia come».

Anche lo storico – come lo scienziato popperiano – è dunque costretto a procedere per congetture e per confutazioni.

E l’assunto che ispira questa biografia, che dal personaggio si estende al contesto storico-politico, è che in Europa ci fosse «la volontà di sbarazzarsi della Duplice monarchia degli Asburgo».

Come spiegare altrimenti l’assassinio – perché tale fu per Coaloa la “tragedia di Mayerling” – dell’arciduca Rodolfo, che, strano a dirsi, condivideva con Clemenceau l’avversione al Reich e meditava il rovesciamento delle alleanze che ad esso legavano l’impero austro-ungarico?

Rodolfo, per carattere e per mentalità, era molto diverso dal cugino Francesco Ferdinando, ma, non troppo diversamente da lui, vagheggiava un impero costituzionale su basi federali, in grado di superarne l’increscioso dualismo con la concessione di autonomia pure ai cechi e ai croati.

Rodolfo era fondamentalmente un romantico, Francesco Ferdinando era, invece, più scettico (e più realista) di lui.

Nè l’uno né l’altro, però, erano nelle grazie del vecchio imperatore Francesco Giuseppe, di cui Coaloa rileva con finezza la tragica affinità con il re Lear shakespeariano, pateticamente attaccato al potere ma ormai incapace di impedirne la deriva.

Contrario alla guerra, memore della sanguinosa battaglia di Solferino, ne firma nondimeno la dichiarazione, «rassegnato all’ultimo atto della tragedia dell’Impero». Solo con i suoi fantasmi familiari. Chiuso nel suo silenzio.

In politica il punto di riferimento ideale di Francesco Ferdinando restava Metternich: come lui, egli avrebbe voluto fare dell’impero asburgico il garante dell’equilibrio continentale, senza sudditanza alcuna nei riguardi del Reich guglielmino. Si trattava pertanto di ripristinare l’autorità e il prestigio dell’impero, di rafforzare e ammodernare l’esercito, a cominciare dalla marina da guerra, ma anche di riguadagnare la fiducia dei vari popoli che dell’impero facevano parte, concedendo loro una maggiore autonomia e dando vita a una terza entità che, riunendo i territori meridionali, fungesse da argine all’irredentismo serbo. Per questo era contrario all’annessione della Bosnia-Erzegovina.

Coaloa si sofferma pure sulla vita privata dell’arciduca, sulle sue vicende familiari, sui suoi viaggi, sulla sua passione per la caccia e sull’ammirazione che egli nutriva per il Giappone, da poco assurto alla ribalta della modernità con le sorprendenti vittorie sulla Russia.

Ma è soprattutto sul suo viaggio in Bosnia e sulla sua uccisione che egli si sofferma. Perché qui, nella complessa situazione venutasi a creare nei Balcani all’indomani dell’annessione all’Austria della Bosnia-Erzegovina e delle due guerre balcaniche, sta davvero il busillis.

Ovvero una delle vere cause della guerra (insieme al revanscismo francese, all’irredentismo italiano, ai propositi egemonici del Reich tedesco e, più in generale, all’insipienza delle élites europee).

Francesco Ferdinando, contro il parere dei comandi militari, sponsorizzava una soluzione diplomatica della questione serba ed era fermamente ostile alla guerra, perché sapeva che avrebbe portato alla dissoluzione dell’impero.

Ed anche per questo il suo assassinio risulta, tutto sommato, stupido e paradossale. Uccidendo lui, gli attentatori filoserbi, eliminavano “il meno antiserbo” dei principi e dei militari austriaci, aprendo per di più la strada ai “cavalieri dell’Apocalisse”.

La Grande Guerra non risolse affatto i problemi sul tappeto, anzi gettò le basi di più aspre contraddizioni e di ulteriori conflitti, che avrebbero, tra l’altro, spodestato l’Europa del suo ruolo di guida ed esacerbato gli antagonismi nazionali, rinvigoriti da ragioni ideologico-religiose.

Con la finis Austriæ venne meno la possibilità di assicurare uno Stato sovranazionale, sensibile e rispettoso delle differenze etniche, linguistiche e culturali, ma al tempo stesso in grado di assicurare una convivenza armoniosa, basata sulla tolleranza e sulla comprensione reciproca, alle varie popolazioni che lo componevano.

E che fece dire al ceco Frantisek Palacky: «Se l’Austria non ci fosse, bisognerebbe inventarla». Questo fa anche comprendere perché, sulla scia del Mondo di ieri, nostalgicamente evocato dalla magica penna di Stefan Zweig, la storia dell’impero austro-ungarico diventasse ben presto un mito che ne perpetuò la memoria ben oltre la sua fine.

Ad esso Coaloa, con questa sua densa ricerca, che sfata vieti luoghi comuni e demistifica leggende senza fondamento, rende il suo doveroso tributo.

Roberto Coaloa, Franz Ferdinand. Da Mayerling a Sarajevo. L’erede al trono Francesco Ferdinando d’Austria-Este (1863-1914), Parallelo 45 edizioni, Piacenza 2014


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