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Franca Rame è una di quelle donne la cui vita è difficile da descrivere a parole: la sua è una storia che si racconta da sé. Una bravura e un talento che possono essere solo ascoltati in silenzio attraverso la sua voce. Chi è Franca Rame può raccontarlo solo il palcoscenico.

Solo il teatro, infatti, riesce a rendere giustizia e bellezza alla sua persona. Sì, giustizia e bellezza allo stesso tempo, in un connubio indissolubile e drammaticamente reale: Franca è l’esempio di un amore spietato verso l’arte e la recitazione, talmente vero e profondo che le permette di raccontarsi oltre che di denunciare il suo tempo.

Nata Franca Pia Rame a Villastanza, frazione di Parabiago, in una famiglia con antiche tradizioni teatrali, maggiormente legate al teatro dei burattini e delle marionette, risalenti al 1600, è stata figlia d’arte: il padre Domenico Rame era un attore e la madre Emilia Baldini fu prima maestra, poi attrice. Anche il fratello Enrico intraprese la carriera di attore.

Esordì nel mondo dello spettacolo appena nata: fu subito impiegata, per i ruoli da infante nelle commedie allestite dalla compagnia di giro familiare.

C’è un momento della mia infanzia che spesso mi ritorna in mente. Sto giocando con delle compagne di scuola sul balcone e sento mio padre che parla con la mamma: “È ora che Franca incominci a recitare, ormai è grande”. Avevo tre anni

Iniziò quindi giovanissima come attrice teatrale, esordendo nella compagnia di provincia diretta dal padre; in seguito, dopo qualche esperienza nella rivista, si dedicò al teatro «da camera».

Qui, la sua recitazione brillante e vivace, ricca di humour e sostenuta da una notevole scioltezza e disinvoltura gestuale, le procurò un immediato e notevole successo di pubblico e di critica. La sua attività nel cinema, iniziata dapprima con l’interpretazione di qualche parte secondaria, fu coronata anch’essa da successo dopo il ruolo da lei brillantemente sostenuto ne Lo svitato (1956, Carlo Lizzani); da allora apparve in diversi film comico-brillanti, nelle vesti di donna dalla bellezza vistosa, affascinante ed eccentrica, talora simpaticamente “svanita” e imprevedibile.

Tuttavia, l’attività cinematografica di Franca Rame è rimasta marginale, rispetto a quella assai più significativa, in teatro e in televisione. Attrice, scrittrice, attivista politica, Franca Rame ha partecipato a rivoluzioni di scena, pensiero e azione che hanno segnato la nostra storia più recente. Sceneggiatrice e attrice accanto al marito Dario Fo, ha contribuito a tradurre con gesti e parole la scrittura del nostro tempo, dando voce a personaggi femminili e maschili che mai avevano avuto lo spazio e la luce della scena.
Come rievocato dalla stessa artista nelle memorie della sua vita “all’improvvisa” (espressione che nella commedia dell’arte indica l’andare a soggetto, fuori dal testo), nella compagnia girovaga Famiglia Rame le donne avevano un ruolo cruciale: si occupavano dei costumi e delle attrezzerie di scena e sceglievano e gestivano le abitazioni in affitto; la madre, in particolare, curava l’educazione dei figli e insegnava loro le parti da recitare. L’ultima parola sulle decisioni importanti che riguardavano il programma teatrale spettava proprio alla madre di Franca, e di fatto l’intera famiglia contava un maggior numero di donne.

Nella Famiglia Rame, Franca cresce e recita fino al 1950-51, periodo in cui lascia la famiglia e si trasferisce a Milano per lavorare sia a teatro che per il cinema: il suo primo film, nel 1952, è Papaveri e papere di Marcello Marchesi, con Walter Chiari.

Nel 1951, lavorando al Teatro Odeon, conosce Dario Fo. Nel 1954 Franca e Dario si sposano a Milano nella basilica di S. Ambrogio, e l’anno successivo si trasferiscono a Roma, dove nasce il figlio Jacopo.

Non ho un soldo” mi disse Dario, “per potermi liberare dal lavoro e venire alle prove ho dovuto licenziarmi dallo studio di architettura dove sviluppavo progetti“. E io allegra risposi: “Mi fa piacere, adoro nutrire randagi, gatti abbandonati e disoccupati affamati“.

Presenta, insieme con Dario Fo, l’edizione del 1962 di Canzonissima: la RAI sottrasse la conduzione del programma a Dario Fo e Franca Rame dopo le prime sei puntate; vennero poi sostituiti da Sandra Mondaini e Tino Buazzelli. La pietra dello scandalo fu uno sketch su un costruttore edile che si rifiutava di dotare di misure di sicurezza la propria azienda. La satira, sebbene espressa con battute semplici e ironiche, fece emergere con evidenza la drammaticità delle condizioni lavorative nell’edilizia (e, per estensione, in altri settori di manovalanza, allora gran parte della forza lavoro italiana) provocando proteste e polemiche. A seguito di interrogazioni parlamentari e di accesi dibattiti sulla stampa dell’epoca, Fo e Rame furono costretti a lasciare la trasmissione.

Nel 1969 rinasceva, su iniziativa della Comune di Dario Fo e Franca Rame, Soccorso Rosso, un movimento atto a raccogliere fondi e sostegno per i molti detenuti politici che riempivano le carceri negli anni di piombo, attivo fino al 1985.

Dario corre sempre. La morte non riuscirà mai a prenderlo! Lui corre, corre, corre…

A partire dalla fine degli anni settanta Franca partecipò al movimento femminista: cominciò a interpretare testi di propria composizione come Tutta casa, letto e chiesa, Grasso è bello!, La madre.

Il sodalizio artistico Fo-Rame durerà per oltre cinquant’anni, con centinaia di spettacoli di diversi generi: farsa e commedia dell’arte, teatro politico (tra cui Bandiere rosse a Mirafiori – basta con i fascisti! di Fo, Rame e Lanfranco Binni, del 1973), teatro civile e sociale, tra cui Lo stupro, che è la dimostrazione più drammatica di come il teatro fosse per lei il modo di trasformare l’esperienza.

Il monologo rievoca con stile asciutto la violenza subita dall’artista nel 1973 da cinque neofascisti a Milano, che verranno condannati molti anni dopo (nel 1998, al termine del processo, i mandanti della violenza sono identificati in alcuni alti ufficiali dei Carabinieri della Divisione Pastrengo).

Franca ha sempre dato voce alle donne: il monologo Lo Stupro affronta il tema sulla violenza sessuale di cui all’epoca si parlava molto poco.

Processo per stupro, il documentario che aprì il dibattito sulla criminalizzazione delle vittime nei tribunali, è del 1979 : Franca Rame disse di aver preso il racconto da una testimonianza che aveva letto su Quotidiano Donna. In realtà presentò lo stupro vissuto in prima persona.

Come rivela lo stesso Dario Fo in occasione dei funerali della moglie, nel maggio 2013, «Franca ed io abbiamo quasi sempre scritto i testi del nostro teatro insieme. Io mi prendevo l’onere di mettere giù la trama, quindi la illustravo e lei proponeva delle varianti; spesso le recitavamo a soggetto, “all’improvvisa” come si dice”.

Nel 1980, Franca, Dario e Jacopo fondano la Libera Università di Alcatraz, agriturismo culturale in Umbria tuttora operante.

Nel 1999 Franca Rame ricevette la laurea honoris causa da parte dell’Università di Wolverhampton insieme con Dario Fo. Nelle elezioni politiche del 2006 si candidò capolista al Senato in Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana e Umbria tra le file dell’Italia dei Valori. Venne eletta senatrice in Piemonte, e sempre nel 2006, Antonio Di Pietro la propose come Presidente della Repubblica: raccolse ventiquattro voti.

Franca Rame ha ricoperto la carica di Senatrice nel Parlamento italiano dal 2006 al 2008, anno in cui rassegna le dimissioni.

Lasciò il Senato nel 2008, dichiarando che le “Istituzioni mi sono sembrate impermeabili e refrattarie a ogni sguardo, proposta e sollecitazione esterna, cioè non proveniente da chi è espressione organica di un partito o di un gruppo di interesse organizzato”.

Nel 2009 scrisse assieme al marito Dario Fo la sua autobiografia intitolata Una vita all’improvvisa. Tra dicembre 2011 e marzo 2012 con il marito riportò in scena Mistero buffo in una serie di spettacoli nel nord Italia.

Il 19 aprile 2012 venne colpita da un ictus e ricoverata d’urgenza al Policlinico di Milano

Muore il 29 maggio 2013, nella sua abitazione di Porta Romana a Milano, a 83 anni.
È tumulata nella cripta del Famedio del cimitero monumentale di Milano, a fianco del suo amico Enzo Jannacci.

Quello che vorrei continuare a dire alle donne, anche dopo la mia morte, è di non perdere mai il rispetto di se stesse, di avere dignità. Sempre. Ripensando alla mia vita non ho mai permesso che mi si mancasse di rispetto


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