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Gianfranco Ferroni. Prima e dopo la Biennale del ’68. Tutto sta per compiersi” è il titolo di una affascinante mostra antologica ospitata al castello Mediceo di Seravezza, patrimonio mondiale Unesco, ed imperniata sul pittore livornese del Novecento capace, secondo il critico Sgarbi, di “elevare la vita quotidiana attraverso l’arte“.

Questo artista negli ultimi anni ha conosciuto una profonda rivalutazione con due mostre a lui dedicate, una al palazzo Reale di Milano nel 2007, l’altra agli Uffizi a Firenze nel 2015.

L’esposizione di Seravezza si concentra sulla produzione risalente al 1968. Le cento opere che contraddistinguono il percorso della rassegna antologica, curata da Nadia Marchioni, ricostruiscono la fitta trama del percorso artistico di Ferroni, evidenziando il momento di svolta contraddistinto dalla disillusione per la rivoluzione mancata del ’68 e dal rifugio in una pittura politicamente disimpegnata, lirica, quasi mistica.

Il percorso espositivo si articola in dieci sezioni, a partire dagli anni milanesi in cui l’artista frequentava il bar Giamaica, fino ad approdare all’ultimo periodo, in cui l’indagine della realtà viene condotta attraverso una sperimentazione fotografica piuttosto raffinata, giungendo nei vari media a risultati di grande suggestione.

Una svolta nella biografia di Ferroni, testimoniata in mostra, avviene nel 1968, anno in cui egli partecipa con una sala alla Biennale di Venezia, decidendo, per solidarietà alle proposte del movimento studentesco ed operaio, di mantenere le proprie opere rivolte verso la parete per tutta la durata della manifestazione. A questo particolare momento è dedicata una specificata sala della mostra al Castello Mediceo, insieme ad immagini del fotografo Ugo Mulas, che ritraggono i manifestanti in piazza San Marco nei giorni della Biennale.

Un’altra sezione ripercorre lo choc di Ferroni per i fatti d’Ungheria, la sua uscita dal Partito Comunista, la morte della madre, avvenuta due anni dopo quella paterna, e l’apertura verso nuovi orizzonti figurativi, che lo avrebbero portato ad analizzare la realtà con una intenzione formale nuova.

In mostra diverse opere testimoniano poi la fase di crisi creativa degli anni Settanta, seguita poi dall’esilio volontario in Versilia, a Viareggio, e dalla condivisione dello studio con Sandro Luporini, storico collaboratore ed autore di diversi testi di canzoni di Giorgio Gaber.

Quindi si possono seguire il ritorno di Ferroni ad una pittura più intimista, capace di indagare il mondo “piccolo e prosaico“, l’esperienza della Metacosa, movimento artistico tutto italiano, venuto alla luce tra gli anni Settanta e gli Ottanta, ed il lavoro degli ultimi anni, in cui l’indagine sulla realtà “che si riduce a pura essenza luminosa, è perseguita anche attraverso una raffinata sperimentazione fotografica, giungendo a risultati di rara ed inedita suggestione”.

Fino all 16 settembre apertura dal lun al ven orario 7-23. Sab, dom e festivi 10.30-12,30, 17-23

Palazzo Mediceo di Seravezza. Patrimonio Mondiale Unesco


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