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Ricordo che nel 1984, a dodici anni, decisi di cominciare a leggere i cosiddetti “libri degli adulti.” In casa avevamo poca narrativa, prevalentemente testi di storia, politica, avventura e viaggi. Però avevamo Agatha Christie e Edgar Allan Poe.

Così, una sera, il giorno dopo dovevo andare a scuola, finiti i compiti e la mia mezz’ora di tv, accesi la lampada sul mio comodino e aprìì “I racconti di Edgar Allan Poe“.

Sospettavo che il signor Poe scrivesse alcune cose sulla pazzia e sull’omicidio, ma non potevo immaginare che quella lettura mi avrebbe intrigato così tanto e che avrebbe poi segnato in modo indelebile il mio futuro di autore di romanzi gialli.

Stavo esplorando una mente sconosciuta. Ero pietrificato.

Lessi “Il gatto nero” e poi “La botte di Amontillado“. La sera seguente mi dedicai a “Il cuore rivelatore” e nei mesi successivi lessi tutti i racconti. Alcuni mi piacquero moltissimo, altri mi sconvolsero e qualcuno andava troppo lontano per la mia giovane mente.

L’opera di Poe mi ha insegnato che c’è un’ombra nel cuore degli uomini, una metà oscura che talvolta prende il sopravvento anche nella persona migliore. Mi ha insegnato che le parole possono essere bellissime, misteriose e piene di verità.

Quel volume è ancora accanto a me, nella libreria del mio studio. Ci sono ancora i puntini rossi vicino ai racconti che mi colpirono di più. Sfogliandolo, rivedo la mia cameretta di trentaquattro anni fa e ricordo la sensazione di eccitazione quando la sera m’infilavo sotto le coperte per perdermi in quei racconti del terrore. Alcuni li rileggo ancora oggi. Mi piacciono sempre moltissimo e ancora mi sconvolgono, e qualcuno continua ad andare al di là della mia non più giovane mente.


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